Attacco di Barcelona: quello che ci serve è avere paura

Sono passate poche ore dall’attacco di Barcelona. Sono sotto shock da quando l’ho letto casualmente su Facebook. Ero in ufficio e ho smesso di lavorare, andando direttamente dalle mie amiche spagnole. Questa è la vita di noi emigrati all’estero. In pochi minuti eravamo tutti in cerchio, cercando di capire cosa fosse successo. Un incidente, dicono alcuni. Un attacco terroristico, suggeriscono altri.

Barcelona è stato il posto che ho chiamato casa per diverso tempo ed è la casa di mio papà da diversi anni.

Barcelona mi ha cresciuto, con il catalano e con il castellano. Sono diventata grande tra le sue strade, con il sole che mi accarezzava la pelle. Le immagini che evoca il pensiero della città sono soavi, dotate di una bellezza genuina, quella tipica delle cose semplici. La famiglia, gli amici di sempre, le serate in spiaggia con una chitarra, i primi voli da sola.

Non appena ho letto la notizia il mio primo pensiero è andato a mio papà. Speriamo non sia in centro. Speriamo non sia su quella strada. Speriamo di poterlo riabbracciare.

Mi sono sentita impotente. Non avrei potuto fare niente, in nessun caso.

Lo chiamo. Il telefono suona, suona ancora. La paura l’ha fatta da padrona in quei secondi che sono sembrati mesi. Non appena ho sentito la sua voce mi sono tranquillizzata, ma è durato poco.

Li ho immaginati tutti lì, con mio fratello e il resto della mia famiglia, chiusi in casa. Ancorati al pavimento dalla paura. Come il giorno dell’undici settembre quando eravamo immobilizzati. Non volevamo più uscire di casa. Sembrava fossimo di fronte all’apocalisse. Che poi l’America è lontana. Invece Barcelona è a due passi, Barcelona è a casa. Così come Parigi, Nizza, Berlino e Londra.

E il terrorismo non fa più paura perché ci siamo abituati a viverlo dentro casa, nelle nostre città. Lo leggiamo negli stati su Facebook, nelle storie di Instagram.

Ci siamo abituati alle stragi, a contare i morti invece che le stelle.

Ci siamo abituati alla violenza, alla paura.

Ci dicono di essere forti, di continuare a viaggiare. Vaffanculo, invece. Io ho paura. Sono immobilizzata nel mio letto perché l’idea che la causalità dettata da pochi determini la casualità delle morti di altri mi atterrisce. Mi mette al muro. Perché se mi avessero tolto la mia famiglia, anche un singolo membro in questo modo, avrei paura della mia stessa ombra, di mettere il naso fuori di casa.

È facile invitare al coraggio da dietro a un computer, ma non dovremmo avere coraggio in un mondo dettato dal terrorismo. Se non serve avere coraggio, va bene avere paura. Il terrorismo deve spaventarci. Non per renderli più forti, ma per renderci più umani. Così umani da capire che quello a cui stiamo abituando i nostri occhi è disumano.

Non ho paura di ammettere di essere terrorizzata dal terrorismo.


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