Perché il Marocco mi ha insegnato a volermi bene, bene davvero

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Le vie caotiche della Medina di Fès, i commercianti si sgolano in arabo, uno alla volta come parte di una canzone. Le strade sono polverose, i ragazzini scalzi, e le donne coperte nonostante i venticinque gradi di Novembre. Al lato della strada c’è un bambino che piange seduto sugli scalini, poco distanti alcuni compagni di giochi. L’avranno offeso? Chissà. Inizialmente spaventata da tutto questo diverso mi tranquillizzo alla vista del bambino. Siamo tutti umani.

Il grado d’intensità del Marocco è quello che mi affascina e mi spaventa. Mi attrae come una calamita e rilascia l’adrenalina di cui non riesco a fare a meno: la lingua che non comprendo, la cultura che mi è difficile assimilare.

Il Marocco non è un paradosso come Dubai, dove convivono sacro e profano. Il Marocco fa molto rumore, ma risulta estremamente silenzioso. Il sacro silenzio, il richiamo alla preghiera. Mettersi a tacere, mettersi ad ascoltare. Non parliamo, osserviamo. La mia faccia non tradisce emozioni di alcun tipo, mentre un uomo a bordo di un asino si fa strada tra la folla.

E in mezzo alla folla avverto tutta quest’umanità di cui sento la mancanza in Europa. Il contatto visivo che i marocchini cercano continuamente, che ancora mi imbarazza. Gli odori delle spezie mentre un commerciante te le mette sotto al naso. Il tè alla menta e le sue foglie inebrianti. L’aroma della carne per il tajine. Poi, i rumori del souk: un uomo che sputa a terra, le centinaia di gatti randagi che popolano le sue vie, che di notte la fanno da padroni, il richiamo alla preghiera. Infine il tatto. La folla che ti scavalca, il negoziante che ti prende per il braccio, e ci si mette a contrattare, a scendere a compromessi.

Io in Marocco sono scesa a compromessi con me stessa, per la prima volta. Ci sono arrivata da turista e l’ho lasciato col cuore spezzato come solo un grande amore può lasciarti. Non c’è stata una persona in particolare, ma è stata la personificazione di questo paese, le luci della piazza Jemaa El Fna di Marrakech, la torre del minareto di Fès e i cammelli sulla spiaggia di Essaouira.

In Marocco ci sono entrata in punta di piedi, senza la presunzione che noi europei ci portiamo sempre dietro, quella di conoscere il mondo. Sono arrivata con calma, senza avere fretta. Ho smesso di parlare e ho cominciato ad ascoltare un popolo che ne aveva di storie da raccontare. Il Marocco si racconta così tramite la sua musica, le sue voci, la sua lingua, i piatti tipici e i colori. Si racconta con la sua umanità, a parole sue. Nel momento in cui mi sono fermata ad ascoltarlo, ho cominciato ad ascoltare me stessa. Sono scesa a compromessi senza dire una parola, senza contrattare.

Sono arrivata finalmente ad accettare una verità, la più semplice che molto spesso ci sfugge: c’è sempre un perché.

Non possiamo aspettarci di sapere tutto, di avere tutte le risposte. Il più grave errore che un essere umano possa fare è la presunzione che deriva dall’essere saccente. Ho cominciato a volermi bene quando ho lasciato tutte le mie convinzioni su quel volo Ryanair da Milano a Marrakech e ho finalmente cominciato ad ascoltare.

Non potrei sentirmi più legata a un luogo che mi ha dato tanto.

Grazie Marocco.


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4 commenti Aggiungi il tuo

  1. pikaciccio ha detto:

    E dopo averti letto …. la voglia di partire per un viaggio in Marocco aumenta

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  2. Elle Vit ha detto:

    semplicemente GRAZIE perché leggendoti ho deciso che il mio viaggio a Tangeri lo voglio fare senza imparare l’arabo prima (mia ossessione da un po’). Per ascoltarmi ed ascoltarli con lo stesso sguardo che avevi di fronte a quell’uomo sul mulo. GRAZIE. Mi hai fatto fare pace con l’ansia di non parlare abbastanza…

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  3. alemarcotti ha detto:

    Caspita lo devi proprio amare… Ti ho letto in un fiato e sei riuscita a farmi assaporare la Terra. Un abbraccio

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