Come cambia il concetto di “casa” quando si viaggia

Mi scontro con il concetto di casa da quando ero bambina e disegnavo su un A4 la mia idea di casa felice. Sul foglio gli alberi erano verdi e il cielo era azzurro. Non appena alzavo la testa, fuori dalla finestra c’era solo una Milano sotterrata dal suo stesso cemento.

Poi sei anni fa ho incominciato a girare il mondo, a vivere qui e lì, a lasciare valigie, persone e pezzi di me un po’ ovunque. In questi anni mi sono sentita a casa in tanti posti con tante persone.

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Berlino (un posto che ho chiamato casa per 11 mesi), Aprile 2016

Giovedì sono tornata a casa, quella per eccellenza. Il luogo da cui provengo, quello in cui sono cresciuta. La Lombardia mi ha accolto con i suoi trenta gradi all’ombra e i suoi temporali estivi. Non appena sono scesa dall’aereo mi è mancata l’aria. Ultimamente è sempre così quando torno a casa. Il che mi fa pensare che non mi sento più così a casa nemmeno dove dovrei.

E poi venerdì sera è successo qualcosa di inaspettato che finisce sempre con l’accadere ogni volta che torno. Mi sono trovata in un bar a Porta Venezia con una persona che mi conosce meglio di quanto io conosca me stessa. Mi sono trovata seduta di fronte a uno specchio che mi vede crescere da dieci anni e continua a rimanere limpido, anche quando io lo sono meno. E quando l’ho capito, quando ho realizzato cosa avevo di fronte, non so cos’è successo. Forse erano le luci soffuse, forse il vino. Le parole mi sono uscite in maniera spontanea, come quando sei così stanco che stai per crollare.

“Mi sento a casa.”

“Beh, sei a casa…”

Ti avrei voluto dire che sì, hai ragione, sono a casa. Sono a casa, ma non mi sento a casa da almeno sei anni, da quei primi tre mesi all’estero. Quando sono andata in Irlanda per dimenticarti, per metterti da parte. Invece eccoci qua, a dieci anni dal nostro primo incontro, dal nostro primo bacio, ai due lati opposti del tavolo, come due che si stanno conoscendo.

Che cosa ne sa invece quel cameriere che noi ci siamo visti dentro e non abbiamo avuto paura.

A quindici anni non avevamo paura di niente, neanche dei nostri abissi. Così mi hai salvato da me stessa, più e più volte. Hai visto il peggio di me e sei rimasto comunque. Ci sei stato, nonostante il passare degli anni, dei sogni e dei segni sulla pelle. Ci sei stato a prescindere da tutto il resto.

Ci sei stato rispetto a chi invece è solo stato di passaggio.

“Quando sono con te mi sento a casa”

Perché la verità è che non importa dove siamo stati e quanto siamo cambiati. Casa non è un luogo, casa sono le persone. Casa è quell’unica persona con cui il tempo non passa, semplicemente scorre. Tempo fa credevo che la persona da tenere accanto fosse quella che mi facesse dimenticare del tempo, quella che mi permettesse di staccarmi dal mondo per ventiquattro, quarantotto ore. Oggi credo che la persona che voglio accanto sia quella che rende giustizia al tempo, lo ridimensiona alla variabile che è sempre stata.

Perché siamo noi a non cambiare mai.

Casa non è più il cemento fuori dalla finestra, ma nemmeno una sciocca idea di alberi verdi e fiori colorati. Casa sono le due braccia che ti accolgono alla fine della giornata, alla fine dell’esperienza all’estero, alla fine di tutta la vita che c’è fuori. Mentre tutto il mondo ti toglie le forze, casa è quella persona che ti rigenera, che ti rimette al mondo. Casa è chi ti vuole bene sul serio e non potrebbe mai ferirti. È chi c’è da sempre, senza pretendere altro che sorreggerti, che salvarti da te stessa.

Casa sono le radici perché senza radici non ci sarebbero frutti.

Sei tu la mia casa.

La mia prima settimana in Irlanda: vivere a Dublino e lavorare da LinkedIn

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Perché dicono che viaggiare sia avere una versione distorta della vita

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2 commenti Aggiungi il tuo

  1. iviaggidiqueena ha detto:

    Complimenti articolo bellissimo !!!

    Mi piace

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