Un santuario sull’Atlantico: alla scoperta di Funchal, in Portogallo

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Martim fa il tassista.

La piccola piazza all’estremità della avenida è piena di taxi, gialli, in fila, uno dietro l’altro, uno a fianco all’altro. I tassisti se ne stanno per lo più fuori dalle loro automobili, stravaccati sul cofano, a godersi il sole caldo, o con la schiena appoggiata stancamente alla fiancata dove la scritta “Tàxi” campeggia a grandi lettere nere. Qualcuno preferisce restarsene seduto nell’abitacolo, il gomito destro ciondolante dal finestrino. Possono trascorrere delle ore così, i tassisti di Funchal, con il giornale e qualche pacchetto di sigarette come unici passatempi.

La figura dinoccolata di Martim ci viene incontro senza esitazioni. ‘Senhores’ esclama. Vuole farci da guida. Nell’intento di convincerci, inizia a snocciolare i vantaggi del visitare la città sotto la direzione esperta di un abitante del luogo. Ha grandi occhi neri e mobili che mandano lampi di furbizia e di una speranza malcelata. L’interruzione così indiscreta del nostro girovagare senza meta mi irrita un poco, ma non abbiamo poi molto da perdere, così accettiamo la proposta e lo seguiamo verso il suo taxi giallo.

Ci accorgiamo che gli altri autisti gridano qualcosa in portoghese. Sembra lo stiano insultando: ogni tassista dovrebbe attendere il suo turno e la macchina di Martim era tutt’altro che in testa alla fila, ma lui non se ne cura minimamente, mette in moto e partiamo. Intuiamo che ci sono molti più tassisti di quanti il numero di turisti richiederebbe. Martim non sta facendo altro che usare a suo vantaggio la fantasiosa intraprendenza che è tipica dei popoli mediterranei.

Il contachilometri del taxi di Martim segna 500 000. La stoffa dei sedili è impregnata, in maniera ormai irrimediabile, del fumo di decine, centinaia di sigarette, come se il proprietario avesse fumato ininterrottamente per ognuno di quei cinquecentomila chilometri riportati dal cruscotto.

Abbasso il finestrino, ma non passa molto tempo prima che un fastidioso senso di nausea salga alla gola. Dopo qualche sosta nei punti salienti della cittadina madeirense giungiamo al parque Almirante Reis. ‘Teleférico, funicolar.’ dice Martim. Una delle sue dita ossute ci indica la cabinovia che porta a Nossa Senhora do Monte. ‘Cabin. Flies.’ Biascica in un inglese approssimato. “Sì, sì, abbiamo capito.” Dice che ci aspetta qui fino a quando saremo ridiscesi, ma noi lo ringraziamo e gli diciamo che può continuare i suoi giri.

Nonostante tutto vuole lasciarci il suo numero di telefono, nel caso avessimo ancora bisogno di una guida. La penna che ha nel taschino non scrive, così ne strofina la punta sulla suola di gomma delle scarpe fino a farne uscire quel tanto d’inchiostro necessario a scribacchiare il suo nome e il suo numero di cellulare su un pezzo di carta. Gli assicuro che lo avremmo contattato. Tutto quello che mi interessa è liberarmi del suo languido e pedante ‘Obrigado, obrigado’.

Monte è un distretto di Funchal. È conosciuto per la grande quantità di verde e i parchi ricchi di fiori esotici e giardini botanici. A tratti ha un aspetto quasi pluviale. L’ultimo sovrano degli Asburgo, re Carlo d’Austria, fu esiliato qui con la famiglia nel 1921. Chissà di quali importanti segreti governativi furono confessori questi alberi. Nel punto più alto di Monte sorge una chiesa nera e bianca, il cui disegno è di grande impatto visivo: la chiesa di nossa senhora do Monte, per l’appunto. Nostra Signora della Montagna.

Fili di corda da cui penzolano piccoli fogli colorati partono dalle punte dei due campanili della chiesa e vanno a tuffarsi tra le chiome degli alberi: ricordano molto le bandierine di preghiera tibetane. Di sicuro questo luogo ha poco da invidiare in quanto a spiritualità. Tutto è immerso in una strana pace, così impassibile che non la si può scuotere nemmeno con le chiacchiere: non appena si consegna una parola al vento, questa si sgretola e scompare in un pozzo di irreale silenzio; così, come ci si accorge che parlare è inutile, si finisce per stare zitti, a chiedersi da dove arrivi tanta solenne atmosfera, considerato che la presenza della chiesa è, tutto sommato, piuttosto modesta e che nemmeno gli alberi attorno hanno un aspetto particolarmente maestoso.

Una vecchietta con il capo avvolto in un fazzoletto esce dalla chiesa e discende la gradinata con una lentezza esasperante. Si aiuta con un bastone al quale si appoggia con il braccio sinistro, mentre nella mano destra stringe convulsamente un rosario. Non so se Dio esista, ma se non esiste gli uomini sono davvero buoni attori. Con calma, ci incamminiamo fino a un punto un po’ più basso della collina. Il percorso non è molto illuminato perché la densa vegetazione filtra i raggi del sole; c’è più una sorta di penombra diffusa, potrebbe essere il mezzogiorno di una mattina nuvolosa come le sette di una serata estiva.

È il tipo di luce ideale per illudersi che tutti gli orologi del mondo siano fermi, lancette a mezz’aria.

A metà strada, la testa avvolta in un fazzoletto di una seconda vecchietta spunta dallo spiraglio di una porta. Per un momento penso sia la stessa di prima e mi chiedo come abbia fatto a precederci, ma osservando meglio il suo viso mi accorgo che è un’altra. Immagino che la maschera di rughe di ognuna di queste vecchiette sia il prodotto unico e irripetibile di più di mezzo secolo di pianti e sorrisi. Questa vecchia vende maglioni che confeziona lei stessa. Ha un rosario al collo. Mi affascina l’idea di poter indossare qualcosa creato da una persona tanto devota e così compro una mantellina rossa.

Credo di averla ancora, in fondo a qualche armadio, ma ormai sono cresciuta e mi starà stretta.

Sono passati un po’ di anni, infatti, da quel viaggio a Madeira. Vi chiederete perché mi sia venuta voglia di scriverne, nonostante siano cose di qualche tempo fa. Un tal Herberto Hélder rispose molto meglio di quanto non sarei in grado di fare io, perciò mi limiterò a citare i suoi versi: “Ci tocchiamo noi tutti come alberi di una foresta nel ventre della Terra. Siamo un riflesso dei morti, il mondo non è reale. Per sopportare questo e non morire nello spavento – le parole! Le parole!

E indovinate un po’? Nacque proprio a Funchal.

Testo di

Anna Bressan

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