Londra: dove una fine non è mai una fine vera e propria

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Nei miei pensieri l’Inghilterra non mi aveva mai destato molto interesse. Vuoi per i luoghi tanto comuni quanto veri come pioggia, cibo e anonime distese di brughiera, vuoi perché Londra di per sé era sempre sulla bocca di tutti e così la concepivo come la meta “scontata” per eccellenza: quella troppo turistica, quella perfetta per il classico weekend in Europa a scattare milioni di foto altrettanto scontate per poi tornarsene a casa con qualche souvenir e non aver la minima idea di cosa i propri occhi avessero visto.

Mi sono dovuta ricredere quando in Inghilterra ci sono finita qualche anno fa grazie ad un progetto di studio e lavoro organizzato dal liceo che frequentavo. In quell’occasione, come spesso accade quando si lasciano perdere i pregiudizi e si va a vivere un luogo sulla propria pelle, ho capito che non avevo mai tirato conclusione più affrettata e soprattutto sbagliata, in particolare riguardo a Londra. È stato uno di quegli amori a prima vista che se cerchi di analizzare razionalmente non ne vieni mica a capo: di quel viaggio ricordo lo stupore dipinto sul mio viso non appena il treno si avvicinava a Charing Cross e Londra iniziava a svelarsi, come la prima giornata libera era subito un “si torna a Londra” senza pensarci due volte.

Ma poi l’Inghilterra l’ho dovuta lasciare ed i viaggi che si sono succeduti da lì in avanti sono sempre stati “vedere posti nuovi” piuttosto che “tornare sui propri passi”. Fino a quando, dopo quasi cinque anni e qualche aereo di troppo, sui miei passi ci sono tornata.

E a Camden non c’erano più soltanto le eccentriche e famose insegne, i locali ribelli e alternativi, la musica vibrante ad ogni angolo, i negozi di vinili capaci di farti perdere la cognizione del tempo e i labirintici stall del Camden Lock Market: c’era anche casa mia.

Sono passati appena cinque mesi e se da una parte mi sembra di essere arrivata da una manciata di giorni, dall’altra mi sembra di essere qui da sempre.

Ma forse ora non importa, perché ci siamo quasi, i giorni sono contati e ho impressa in fronte una data di scadenza che faccio finta non ci sia ma dovrà pur notarsi per via di questo movimento frenetico, i viaggi improvvisati e l’ultimo che non è mai l’ultimo, le risate con gli amici che durano quell’impercettibile secondo di troppo perché ogni giorno è un giorno in meno e si fa presto a dire ci vediamo a Londra o a Roma, ma la verità è che non lo sai, soprattutto a vent’anni, dove andrai a finire.

Londra in cui le vite si intrecciano come le linee della tube e si rincorrono veloci come le nuvole di piombo, inafferrabili.

Londra è inafferrabile. Londra è vita che pulsa, che si smantella e si ricostruisce in un batter d’occhio. Non la troverai mai uguale, non la troverai mai stanca ed è questo che la rende preziosa.

Ci sono luoghi che possono impressionarci per via della loro rara bellezza ma è ciò che ci mostrano di noi che poi li rende veramente memorabili. Ed io mi sono sentita coincidere terribilmente con l’anima di Londra in questi mesi. È sotto questo cielo incombente e malinconico che ho provato attimi di felicità inequiparabili ed è immersa in questo equilibrio fragile e precario che mi sono sentita in perfetta sintonia con me stessa. A Londra la vita scorre più veloce, Londra spinge l’acceleratore e ti mostra come, in fondo, la tua vita possa andare in tutte le direzioni. Basta non opporre resistenza. Londra è temporanea, un’occasione da cogliere al volo. A Londra puoi incontrare il mondo in un metro quadro.

Quando Samuel Johnson scriveva “Why, Sir, you find no man […] who is willing to leave London. No, Sir, when a man is tired of London, he is tired of life; for there is in London all that life can afford.” un motivo c’era. E mi mancherà, inevitabilmente, ma imparerò da lei. Perché Londra muta, evolve, si ricrea, a Londra una fine non è mai una fine vera e propria. È un’occasione come un’altra, uno stimolo, una spinta a vedere cosa c’è un po’ più in là, dove si può arrivare questa volta.

Così, quando quel giorno arriverà, il metal detector non segnerà altro che l’inizio di una nuova avventura.

In fin dei conti non è mai un ritorno, perché non si torna mai uguali a se stessi.

Veronica Stopponi

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