Chi l’avrebbe mai detto che sarei tornata a vivere in Irlanda?

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Assurdo , vero? Se sei anni fa qualcuno avesse detto a quella ragazzina in lacrime all’aeroporto di Dublino che tutto sarebbe andato a posto e che avrebbe potuto fare ritorno “a casa”, la diciottenne che ero non ci avrebbe mai creduto. Si sarebbe asciugata le lacrime e avrebbe chiesto scusa per il suo momento di debolezza e avrebbe detto che sì, sarebbe andata meglio. Che le sarebbe passata.

L’Irlanda invece non mi è mai passata.

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Questo sarà forse un post lungo e sicuramente ad alta carica emotiva: se non siete pronti, consiglio vivamente la x rossa in alto a destra.

Sono nata 300 mesi fa. Sono nata a Milano dove ho trascorso gran parte della mia infanzia e adolescenza. Ho capito di essere nata una seconda volta in quell’isola – sottovalutata da molti – il giorno che la stavo abbandonando, dopo averci trascorso tre mesi. Ho trascorso in Irlanda un centesimo della mia vita. Quanto impatto può avere un centesimo sull’intero che sono oggi?

Ci sono voluti anni per avere quella risposta che ho. Dopo quel centesimo di vita trascorso sulla mia isola preferita, oggi mi guardo allo specchio e un quinto della mia vita è stato trascorso all’estero, tra aerei, treni, bus notturni, parole sconosciute e braccia che mi hanno fatto sentire a casa.

L’Irlanda mi ha reso la persona che sono.

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Se la scelta di partire era stata inizialmente dettata dal mio desiderio di fuga, oggi posso dire con certezza che già dal primo giorno la fuga ha lasciato il posto alla vita, quella vera. Con vita, quella vera, intendo la sensibilità e la consapevolezza che un individuo sviluppa in una situazione in cui è in difficoltà.

Qui, molti potrebbero dissentire. La vita vera secondo altri sono le abitudini, riuscire a sopravvivere, ma a me non è mai bastato sopravvivere. Mi è sempre stato tutto troppo stretto. Il liceo, i suoi corridoi, gli insegnanti che non si sforzavano di capirmi, figuriamoci credere in me. Mi stavano strette le amicizie – e lo dico con un grosso nodo alla gola – perché a sedici anni dovremmo sentirci capiti e non sentirci inespressi. Se ripenso alla mia adolescenza, mi vedo acerba. Vedo del potenziale lasciato lì a marcire – sia chiaro, un potenziale enorme in termini di creatività, prontezza, identificazione dei bisogni. Un potenziale che ognuno di noi può vedere lasciato lì, riguardandosi indietro.

Ci si comincia a dare da fare all’università di solito, ma c’è anche chi non lo fa mai: chi continua a sopravvivere. E allora l’abitudine diventa una gabbia da noi arredata alla perfezione, pronta a soddisfare i nostri bisogni base. Col tempo, la gabbia diventa una scatola e non guardiamo nemmeno fuori. L’aria diventa pesante come le nostre vite.

Io in Irlanda ho imparato che volevo una vita leggera. Attenzione: una vita leggera non comporta per forza irresponsabilità. Ho sempre voluto la mia testa pesante sulle spalle: una testa pesante di pensieri, obiettivi, sogni e cose da raggiungere, che fossero luoghi o persone. Una vita leggera è una vita in cui scegli ogni giorno di essere felice e sei pronto ad arrivare ovunque per esserlo.

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Non so se questo discorso avrà senso per tutti. Ho cominciato a scrivere perché avevo bisogno di raccontare, non avevo più bisogno di essere capita. Però ci spero. Spero che qualcuno di voi legga queste parole e pensi:

“hey, io so come ti senti”
“I have been there before”
“I feel you”

Ti sento. 

Nei miei tre mesi in Irlanda che hanno segnato l’inizio della mia vita, quella vera, ho cominciato a sentire e non ho voluto smettere. Non ho voluto smettere neanche quando un ragazzo che frequentavo mi ha detto che soffriva di vertigini in cima ai miei pensieri. Non ho voluto smettere quando ho dovuto salutare un posto che ero arrivata a chiamare casa perché l’avventura successiva mi stava tirando a sé. Non ho mai voluto smettere.

L’Irlanda mi ha regalato i tre mesi più intensi della mia vita. Mi ha dato le conversazioni a notte fonda, le risate di cuore. Mi ha dato le passeggiate sul fiume Lee a Cork, i viaggi in macchina fino a Courtmacsherry. Mi ha insegnato che, se dalla vita avrei cominciato a pretendere tanto, dall’amore non avrei mai chiesto più che un tavolo, due birre e delle mani che cercano di raggiungersi. Ma soprattutto la mia Irlanda ha fatto capire che potevo tutto: potevo trasferirmi a duemila chilometri da casa e costruire una vita da zero, farcela.

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Quindi, come sto adesso? Sono di fronte a quello che sembra il chiudersi del mio cerchio, della mia avventura. In realtà, so che sto passando dal punto di partenza solo per ripartire di nuovo, più forte.

Irlanda, aspettami. Sto tornando. Stavolta per sempre. Non ci sarà nessuno a mettermi su un volo per tornare a frequentare il quinto anno del Liceo Quasimodo di Magenta.

Ci siamo io e te, come quella sera a Dublino, con le lacrime agli occhi.

Ci siamo per non perderci più.

Faithfully yours,

Erica

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