Vivere all’estero è dura: ecco perché

Sono la prima a promuovere le partenze di medio-lungo periodo, che siano stage, periodi di volontariato o un’opportunità di lavoro all’estero. Non ho mai detto “non partire“, “che grande errore“, o anche “te ne pentirai”.

Ho sempre spinto persone a partire e non me ne pento: sono delle esperienze che cambiano la vita. Lo sono perché ci si trova in delle situazioni in cui si è a disagio, in cui non si sa bene come comportarsi e bisogna fare affidamento prettamente su sé stessi.

Si parte per imparare a vivere.

Quello di cui però voglio parlare oggi è qualcosa di diverso. Voglio parlare apertamente delle difficoltà che ho incontrato vivendo all’estero e lontana da casa per quasi quattro anni e voglio raccontare di come mi hanno reso forte (ma anche debole).

Vi voglio anche parlare dell’unico grande rimorso che ho nel partire sempre.

Le difficoltà sono molte: dal trovare casa al farsi degli amici, dal fare la spesa non capendo nemmeno cosa c’è scritto sulle etichette al parlare una nuova lingua.

Ogni volta, la stessa storia: trova casa, trova un medico, ambientati al lavoro, firma un contratto di lavoro in tedesco “sulla fiducia” perché non hai idea di cosa ci sia scritto, vai al pronto soccorso in Olanda con l’osso sacro rotto e prova a spiegarlo in inglese, chiedi dei medicinali precisi in una farmacia in Polonia in POLACCO, aspetta invano in bus in Repubblica Dominicana senza sapere se passerà mai.

Le esperienze all’estero non sono per chiunque: ti forzano a creare legami per sopravvivere, a trovare una tua dimensione in un posto dove non avresti mai pensato di poter finire.

Vivere all’estero, che sia per sempre o per un periodo di tempo determinato, ti insegna quanto possa cambiare il panorama e quanto tu possa rimanere la stessa persona che, adattandosi, trova la sua dimensione in ogni diversa dimensione.

La parte più difficile di vivere all’estero non è però la vita all’estero. Il tedesco si impara e l’anmeldung si ottiene. In Polonia i medicinali li ho ottenuti, magari non era esattamente lo stesso, ma adesso sto bene e sono guarita. Le settimane di riposo per l’osso sacro le ho fatte e adesso sono come nuova. La spesa in Lituania l’ho fatta senza nessuno shock anafilattico e ho anche scoperto delle nuove pietanze.

Insomma, inizialmente si sopravvive, mentre poi si comincia proprio a vivere. E a quel punto vivere all’estero diventa sempre più fondamentale, diventa una parte di te. Si vive pienamente solo quando si stringe tra le mani un biglietto aereo per una nuova destinazione o quando si è seduti a tavola con persone di almeno quattro diverse nazionalità.

La vita all’estero è qualcosa di cui non si fa più a meno.

Il problema – il mio rimorso più grande – è come si cominci a fare a meno del resto. La parte più difficile del vivere all’estero sarà sempre questa: non essere a casa.

Non esserci.

Non esserci per il figlio della tua migliore amica o per il compleanno del tuo ragazzo. Non esserci per il matrimonio di tua cugina o per il nuovo lavoro di tuo fratello. Non esserci quando un’amica viene lasciata e ha bisogno di te. Non esserci quando una persona importante ha avuto una brutta giornata e vorrebbe parlartene.

Vivere all’estero mi ha messo sempre all’angolo: con che coraggio continuo ad andarmene? Con che coraggio continuo a saltare compleanni, eventi o anche semplici caffé al bar?

 I pranzi con i miei genitori e le gite fuori porta con gli amici. I weekend last-minute in Liguria e i pranzi al sushi con gli amici dell’università. Il bicchiere di vino con le amiche e l’aperitivo della domenica pomeriggio. Le chiacchiere al bar in piazza e le serate perse in giro a vagare.

Il prezzo più grande da pagare per vivere all’estero sarà sempre questo, la mia vita a casa.

Erica Isotta

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