Imparare a Godersi Ogni Viaggio, Anche Quello Casa-Ufficio

Il viaggio è sempre un’occasione di scoperta e arricchimento, di confronto ed emozione. Non è solo il viaggio inteso come spostamento verso un luogo più o meno lontano e più o meno diverso.

E’ anche e soprattutto il susseguirsi di pensieri, sensazioni e realizzazioni che abbiamo durante un periodo di tempo, accentuato ovviamente dal momento in cui ciò che abbiamo di fronte non sono luoghi od eventi conosciuti, quelli ormai parte di noi, bensì quelli che ci destabilizzano, che non abbiamo calpestato e vissuto prima.

Sembra scontata come spiegazione, ma se ci penso realizzo che ogni mattina, chiuso il cancello del condominio dove risiedo a Suan Phlu, un quartiere della capitale Thailandese che fa del suo meglio per far coesistere culture diverse, mi ritrovo a viaggiare per quei quindici minuti che mi separano dall’ufficio, quella bolla quotidiana di cui ognuno di noi si circonda.

Sembra quasi un’opera teatrale, la mia cammianta mattutina. Un esercizio buddhista di consapevolezza. Ogni elemento che ve ne fa parte entra in scena improvvisamente, attrae l’attenzione giusto quel tempo per riconoscerne la presenza, fare le proprie considerazioni (estremamente lucide e profonde alle 8 di mattina, ma ok), e poi si dilegua per far posto al prossimo personaggio od evento.

Un susseguirsi di scene che mi tengono con i piedi per terra, ma leggero in testa.

Esco nel vicoletto, polveroso e stretto, senza marciapiedi, piante tropicali che scavalcano ribelli i muri di cemento. La creatura che di solito mi da il buongiorno è il gatto nero dei vicini. Eccolo lì, penso, di nuovo. Ma se un gatto nero al posto di attraversarti la strada ti guarda e basta…porta meno sfiga? Questo è il pensiero che mi balena in mente, mentre quella creatura mi fissa con occhi gialli, allarmati. Faccio pochi passi prima che il gatto decida che quella parte dello spettacolo mattutino sia finita e che è ora di tornare nel proprio giardino.

Si intrufola tra le sbarre di questa vecchia casa Thailandese, interamente in legno, dai tetti sporgenti, quasi fossimo in Trentino Aldo Adige. Una signora sulla quarantina solitamente sta pulendo il piazzale con un fascio di rametti lunghi e sottili, tenuti assieme da un elastico. Indossa sempre gli auricolari e parla al telefono, forse con la figlia, forse con il marito lontani. Ha una voce soffice, rilassante, come stesse pronunciando senza cantare la ninna nanna al suo bambino.

Più avanti, dall’altra parte, stanno costruendo un palazzo nuovo, uno di quei condomini residenziali di lusso, con piscina, sauna, sicurezza 24 ore al giorno. Manca poco da rifinire, forse sarà pronto già quest’anno. Lo costruisce un gruppo di birmani, che vive per il momento a fianco del condominio. Per la maggior parte del tempo lavorano coperti, come andassero ad aprire alveari, per proteggersi dal caldo. Quando li guardo lavorare mi viene in mente quel concerto di Jovanotti di qualche anno fa, annullato perché un povero cristo era morto mentre montavano il palco. Qui, decimo, quindicesimo piano, non importa. Devi dipingere o rafforzare i muri esterni? Hai l’altalena issata ed abbassata da quelli a terra. Corde di sicurezza? Sì, va la.

Sembrano comunque prendere la propria situazione in maniera buddhista. Hanno creato uno spiazzo al centro della piccola baraccopoli di lamiere dove passano la notte e le volte, mentre aspettano il proprio turno di lavoro, li vedo giocare a calcetto o pallavolo con le reti di plastica arancione usate per delimitare i siti di costruzione, sghignazzare, esultare facendo il giro dello spiazzo. Mi è venuta una volta l’idea di chiedere di unirmi a loro, ma poi mi guardo, nei miei vestiti occidentali, il laptop, lo smartphone, le cuffie, non so se ci sentiremmo a nostro agio nel prendere l’un l’altro atto della distanza.

Il tempo di camminare un paio di minuti e arrivare allo stradone chiamato Sathorn Road, e già un paio di motorini mi superano con il loro clacson “bip bip”. Ormai non mi stupisco se su ognuno di quei motorini vi siano 3, se non 4 persone, di solito la famiglia intera, papà, mamma, figli, talvolta il gatto terrorizzato in braccio ad uno dei bambini. Caschi, sì va là.

Sathorn Road è una delle arterie di Bangkok, 4 corsie di marcia per ogni direzione, grattacieli sia a destra che a sinistra. Attraversa uno dei centri d’affari della città, risultato: file di macchine, motorini, bus, carretti che sfrecciano 24 ore al giorno.

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Al Lunedì sul marciapiede mi è facile trovare file di Thailandesi davanti all’ambasciata Tedesca od Australiana, tutti in vestiti formali. Mi dico che staranno aspettando il visto di soggiorno per andare a trovare i propri partner nel mondo “Occidentale”, chissà: sarà la prima, la seconda, la terza volta che vengono? Magari qualche documento è incompleto e BAAAM, speranze svanite, prego torni la settimana prossima.

Siamo fortunati noi Italiani, penso mentre salgo il cavalcavia sullo stradone. Finiti gli scalini, a giorni alterni trovo due senzatetto, uno sempre sorridente, l’altro più vecchio e serio, che forse la speranza per qualcosa di migliore l’ha già persa da mò. Ogni tanto lascio qualche monetina, mi ringraziano e tornano a chiudere gli occhi. Talvolta, tornando tardi la sera, li ritrovo sempre lì, distesi a dormire. Mi dico che questo cavalcavia rialzato è un luogo protetto, dai topi, gli scarafaggi, e i poliziotti. Il rumore del traffico sottostante che sfreccia, se ascoltato a lungo, diventa quasi il rumore del mare, l’onda che culla. Fa ancora più effetto sapendo che qualche metro più in là si trova l’entrata di uno dei Marriott Hotel della città.

Scendo il cavalcavia e giro l’angolo per imboccare la via dell’ufficio. Vi è sempre una schiera di bancarelle ad aspettare, chi con la macchina del caffè, chi con la griglia per gli spiedini di pollo, chi con la piastra per le omelette. Non vi sono facce assonnate, anche se probabilmente questi venditori si alzano alle 3 o 4 di mattina per attraversare la città, preparare gli ingredienti, ritirare il banchetto ed essere in postazione il prima possibile per accaparrarsi il posto migliore.

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Poco più in là, la fermata dell’autobus. Le volte l’autobus arriva, altre no. Quelle volte che arriva, indovinare quando riparta dalla fermata è sempre un terno al lotto perché fintanto che ci sono spazi liberi sulla vettura, si aspetta e si spera che qualcuno arrivi ad occuparli.

Mi dico ancora una volta che sono fortunato a poter andare in ufficio a piedi. Arrivo sudato, questo sicuro, ma almeno arrivo in orario senza dovermi alzare ad orari improponibili, e il pane alla fine del giorno ce l’ho sempre. “Sawasdee Khrap”, buongiorno, dico al vecchietto che fa da guardia al palazzo del mio ufficio, annuendo. “Sawasdee Khrap”, mi risponde sorridendo. La giornata inizia per me, il viaggio giornaliero è iniziato da un po’ per molti altri.

Testo di Nicola Fraccaroli

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