Girare in Thailandia: Hua Hin e le sue Spiagge

Hua Hin, la classica ridente cittadina sul mare. Affacciata sul golfo di Thailandia, è considerata la Patthaya delle famiglie.

Arriviamo da Bangkok dopo quattro ore di treno in terza classe. E’ inverno qui ma si contano comunque 28 gradi. 28, come il numero di zanzare per capita che perennemente ronzano nel vagone, nonostante il ventilatore.

Accaldati, ci viene data in stazione una mappa del centro città. Niente Google Maps, ce piasce questa Hua Hina. Si respira aria di mare. La brezza calda porta l’odore di salsedine. Una sosta breve all’ostello sulla via per la spiaggia per lasciare gli zaini e via, trottiamo fino a quando i sandali, pesanti, si sono riempiti di sabbia bianca e chiedono di riposare negli zaini.

L’atmosfera è vibrante: cavalli che sfrecciano, acquiloni, banane gonfiabili pronte a partire per il largo, bagarini Thailandesi con amplificatori sulla schiena al ritmo di musica EDM, sorridono e offrono birre fresche.

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I turisti occidentali, biondi e arrossati, stanno appollaiati sui muretti rialzati degli hotel. I bicchieri di Margarita vuoti al fianco. Sono le 1 di pomeriggio, immagino non abbiano grandi piani per la giornata.

Camminiamo verso Sud con i piedi nell’acqua per un paio d’ore, chiaccheriamo e scherziamo. La grande statua del Buddha sul promontorio, al termine della spiaggia, si fa sempre più grande. Ci accoglie un grande tempio Buddhista, il Wat Khao Takiap, che sovrasta la collina. I posti per meditare se li scelgono bene, questi monaci, mi dico. L’atmosfera è molto rilassante e la vista su Hua Hin ripaga lo sforzo. Il mare mi ricorda l’Adriatico, non particolarmente cristallino, ma comunque affascinante tra le ombre del tramonto.

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Per il tempio girano scimmie, cani, gatti, è impossibile camminarci distante tanti che sono, ma non sembrano badare a noi.

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Scattiamo qualche foto e ci riposiamo, prima di prendere uno degli ultimi Songthaew, i bus collettivi, per ritornare in città. E’ buio da un pezzo quando arriviamo al famoso mercato notturno. Ci rifocilliamo di cibo. Non sappiamo quanto sicuro sia mangiare pesce fresco, così, sulla strada, ma gli stomaci ringraziano. Piatti saporiti e cuoca premurosa. Facciamo un giro veloce tra le bancarelle, ma non compriamo nulla, troppi souvenir.

Finiamo la serata in terrazza dell’ostello con un paio di Chang. Dormiamo sereni, nonostante l’aria condizionata sia fissa sui 21 gradi e non abbiamo portato il pigiama.

Ci svegliamo con calma, si sente la Domenica. Raccogliamo gli zaini e prendiamo un altro Songthaew, questa volta verso Sud, fino al punto dove ci eravamo fermati il giorno prima. Appena scesi, ci attende subito uno spiaggione al limitare di una foresta. Scopriamo di essere all’interno di una base militare, ma che di militari non se ne sono mai visti in giro. Cominciamo comunque a camminare. Di turisti neanche l’ombra, solo qualche locale che ci guarda incuriosito.

Nonostante il tempo plumbeo, l’acqua del mare è calda. Arriviamo in un pezzo di spiaggia che sembra appartenere ad un campeggio. C’è un ristorante, molte persone che fanno il bagno, anche qui nessun occidentale. Ci sentiamo osservati, ma ci fermiamo per il primo bagnetto del weekend. Sfidiamo le piccole onde per un po’, pensiamo sarebbe stato bello portare un pallone, mannaggia.

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Ci asciughiamo e continuiamo la nostra camminata verso Sud. Passa un’ora, la spiaggia si fa più grande, ma ora siamo realmente gli unici umani a distanza di kilometri. E’ una bella sensazione. Si avvicina in lontananza un altro promontorio, anche stavolta sembra ospitare un tempio con un buddha enorme in cima. Decidiamo che quella sarà la nostra meta.

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Rimaniamo in silenzio fino all’entrata. Ci togliamo le scarpe ed iniziamo a salire la collina, tra statue di monaci, personaggi vestiti da leopardo, tartarughe d’oro giganti, strutture artificiali a forma di caverna. Ci perdiamo due tre volte tra i sentieri, ma alla fine arriviamo al grande Buddha del Wat Tham Khao Tao. Anche qui la vista ripaga gli sforzi, i piedi anneriti dalla polvere e il sudore. Pochi visitatori.

E’ bello sapere che ci sono ancora posti speciali e relativamente remoti, qui in Thailandia. Luoghi bizzarri, ma autentici.

E’ anche curioso notare come basti mettere piede appena fuori dai centri abitati per ritrovarsi a contatto con la cultura e la spiritualità locale, senza filtri. Ma, forse ancora meglio, camminare fa stare bene, le gambe ci portano dove le indichiamo di andare, dove ci porta l’stinto, forse il cuore. Camminare ci porta in luoghi inaspettati, che appaiono lontani su Google Maps, ma invece raggiungibili, passo dopo passo. Camminare è sinonimo di vivere. E’ con questi pensieri che facciamo l’autostop per tornare a Hua Hin e prendere il treno della sera per tornare nella trafficata Bangkok.

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Testo di Nicola Fraccaroli

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