La Quotidianità in Turchia: Ecco Le Mie (Nuove) Abitudini

Nuovo paese, nuove abitudini

Ormai sono passati cinque mesi da quando mi sono trasferita in Turchia. Oggettivamente quanti sono cinque mesi? Poco, perchè le cose che si riescono a fare in cinque mesi sono limitate, ma ho la percezione che sia passato molto più tempo perché questo tempo è sufficiente a trovare la propria normalità in un paese ad oggi molto discusso, ma che nella mia piccolissima esperienza locale finora è accogliente e mi sta dando una lista di esperienze, piccole e grandi, infinita.

Ma cinque mesi sono sufficienti anche per inglobare nelle proprie abitudini alcune abitudini locali. Non è forse questo il bello di stare in un posto diverso dal proprio? Mi sento spesso privilegiata: posso tenere il meglio del mio paese e prendere il meglio di un altro, tanto nelle abitudini quanto negli atteggiamenti, per continuare a cercare il mio posticino nel mondo.

Come premessa, devo ammettere che sto “esportando” notevolmente la mia italianità qui: alcuni aspetti culinari come il tiramisù fatto praticamente identico all’Italia nonostante le mancanze oggettive di alcune materie prime (sì, perché il tiramisù turco è cotto, con pan di spagna e formaggio spalmabile, non c’è traccia di mascarpone e uova) oppure la pasta con il sugo di pomodoro, che qui è comune ma con l’aggiunta di chili di piccantezza e mangiata come contorno (aaaargh!); alcuni aspetti di “stile ed eleganza” involontari, nel senso che mettendo qualche vestito di alcune marche italiane, puntualmente si viene catalogati come eleganti; alcuni aspetti di atteggiamento nei confronti della vita (ad esempio un certo stakanovismo tipico delle campagne venete) che contagiano chi mi sta intorno.

Ma, d’altro canto, molte delle abitudini turche stanno inziando a permeare la mia quotidianità, questa la top three:

1) Un approccio a tratti più fatalista nei confronti della vita

FB_20170217_12_53_07_Saved_Picture.jpg

In una situazione generale di instabilità e tensioni a livello globale, lo spirito di sopravvivenza consiglia di adottare un approccio più fatalista. I turchi e le turche che ho conosciuto hanno spesso una maturità maggiore dello standard italiano, come se ne avessero viste di più. Il loro approccio è meno legato ad un desiderio di controllo delle situazioni, le aspettative nei confronti della vita sono forse meno astratte e legate a valori semplici, in particolare alla famiglia, alla quotidianità della vita, al lavoro. Dopo un periodo vissuto in Italia intensamente, con impegni lavorativi molto pressanti e un’ambizione molto spiccata, poter riparametrare la mia vita cambiando prospettiva e riferendomi ad un sistema di valori maggiormente improntato sulla socialità, sul gruppo, sulla comunità piuttosto che su valori individualistici è stata una grandissima opportunità di crescita e di scoperta.

2) L’abitudine di condividere

FB_20170217_12_49_15_Saved_Picture.jpg

Sono abituata a condividere, come tutti coloro che hanno una famiglia numerosa. Tante sono le situazioni in cui i genitori ti dicono “ un po’ a te, un po’ ai tuoi fratelli”. Ma non mi era mai capitato di vedere un sentimento di condivisione anche tra persone che non hanno una relazione molto stretta. Qui l’ho visto. La prima volta mi è capitato su un volo della Turkish Airlines. Nella mia fila avevo il posto centrale e alla mia destra un uomo attorno ai trenta. Dopo un veloce saluto iniziale non ci eravamo prestati attenzione, fino a quando ha tirato fuori un pacchetto di Ferrero Rocher e prima di aprire il suo me ne ha offerto uno. Al tempo l’ho archiviato come un atteggiamento cortese  e non come una regola. Quando ho iniziato il lavoro qui ho rivisto lo stesso atteggiamento moltiplicato per il numero dei colleghi. Spesso, tra l’arrivo all’alba dei bus navetta e l’inizio della giornata lavorativa alle 8.00, non c’è il tempo di fare colazione, per cui ci si siede alla scrivania e ognuno ha la sua colazione, sia esso simit o açma. Puntualmente c’è il momento in cui, con estrema spontaneità, ognuno condivide con gli altri un pezzo della propria colazione.

3) Le pantofole

Non poteva mancare il punto meno serio, ma altrettanto vero. Lo confesso, non posso più fare a meno delle pantofole e quando entro in casa non posso fare a meno di togliermi le scarpe. Fisicamente ho un rifiuto a entrare in casa con le scarpe, tanto mi è entrata dentro quest’abitudine.

foto 3.jpg

La prova del nove è arrivata una mattina, quando nella corsa della preparazione mattutina, non appena fuori la porta e con gli scarponi addosso, ho realizzato che avevo dimenticato il telefono. Ho messo un piede dentro con gli scarponi, lo ammetto, ma appena l’ho fatto non ho potuto fare a meno di sentire che c’era qualcosa di sbagliato. Controvoglia, mi sono tolta gli scarponi e ho recuperato il cellulare, quando la pigrizia mi diceva invece di tenermeli. Ma non ho potuto proprio farne a meno.

Pantofole, condivisione e fatalismo stanno ormai entrando a far parte di me, così come tanti altri piccoli aspetti. La mia identità italiana convive con queste sfumature turche e il mio bagaglio di esperienze si arricchisce, la mia mente è più aperta a capire le differenze. Partite per tornare ricchi e flessibili, non per imporre e giudicare. Partite per osservare e imparare, non per sentenziare. Partite per tornare. Partite per andare. Partite!

IMG-20161029-WA0005

Testo di Silvia Dario

Un commento Aggiungi il tuo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...