5 Shock Cultural Che Ho Vissuto In Cina

La Cina si trova a 7.565,90 km dall’Italia. Questa distanza, che a livello fisico è già di per sé impressionante, è ancora più grande da un punto di vista culturale. Se la cultura orientale rimane ancora molto misteriosa per me, la mia esperienza mi ha permesso di affacciarmici almeno in parte, scoprendo interessantissime e talvolta sconvolgenti differenze di usi e costumi. Dai minimi dettagli alle più grandi discrepanze, gli shock culturali a cui sono stata sistematicamente sottoposta durante i miei due mesi in Cina mi sono rimasti impressi nella mente e ancora mi incuriosiscono.

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L’acqua.

Mi ricordo perfettamente la prima sera presso la mia famiglia ospitante. Dopo essermi riposata in camera per qualche ora, sono andata in cucina per interagire con i miei ospiti. Subito la domestica mi ha porto una tazza calda. Credendo fosse tè, ho sorseggiato la bevanda curiosa di gustare chissà quale delizioso infuso cinese. Potete immaginare la repulsione che ho provato quando, invece, mi sono accorta che quella che mi era stata servita era banale acqua calda. Bollente, a dire il vero. Non me ne spiegavo il senso. Non è forse, l’acqua calda, la cosa più disgustosa al mondo?

Presto, mi sono accorta che questa cosa dell’acqua calda era proprio una qualcosa di usuale. Nei ristoranti o nei locali, al posto della nostra acqua in bottiglia fresca, i bicchieri venivano continuamente riempiti dai camerieri con queste brodaglie spesso leggermente aromatizzate, che però non cambiavano il sunto: in Cina si pasteggia ad acqua calda.

Ovviamente, contro ogni mia aspettativa, qualche settimana dopo avrei trangugiato anche io ben volentieri bicchieri di acqua calda pensando che, alla fine, non era poi nemmeno così male.

Ruttare e sputare è totalmente normale.

Che sia una cena di famiglia o tra business men in giacca e cravatta, non fate come me: se qualcuno rutta fragorosamente, non sgranate gli occhi sconvolti e spalancate la bocca, guardando tutti gli altri commensali per capire se sono altrettanto scioccati. Invece, siate discreti. Per quanto stomachevole (perché diciamocelo, è decisamente disgustoso) in Cina questo comportamento è del tutto normale. Addirittura, ruttare a tavola è segno di apprezzamento verso la cena e fa capire che il convitato ha gradito le varie portate. Il rutto è anche banalmente visto come un bisogno fisiologico che non è necessario reprimere, un po’ come la nostra tosse o uno starnuto.

Lo stesso vale per lo sputo. Sputare è assolutamente normale e vedrete gente farlo ovunque, per strada o nei fazzoletti. Lo sputacchio è spesso preceduto dalla classica “scatarrata”, per cui non allarmatevi: per quanto poco igienico e decisamente orripilante è usanza comune in Cina, che ci piaccia o no. Io, purtroppo, sono stata poco capace di trattenere le mie espressioni di disgusto quando lo vedevo fare, ma ho comunque cercato di essere discreta.

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Il cielo a Pechino non è blu.

Il cielo a Pechino non è blu, ma nemmeno azzurro o ceruleo. Il cielo a Pechino è grigio come il cemento e, per una brianzola come me abituata alla leggera e fresca aria di campagna, il problema di inquinamento della capitale cinese è stato un vero e proprio shock. Certo, sapevo che era un problema reale, ma mai mi sarei immaginata tali livelli. L’aria era talmente sporca da essere irrespirabile. Quando la mattina mi svegliavo, istintivamente aprivo le finestre; ma bastava un secondo per rendermi conto che in realtà era una pessima idea. La sensazione era di respirare veleno.

Ricordo che un giorno, scorrendo la home di Facebook (che ovviamente utilizzavo abusivamente) mi era capitato sotto gli occhi un articolo di The Economist: “Breathing Beijing’s air is the equivalent of smoking 40 cigarettes per day”. Due mesi a Pechino, 60 giorni, equivalevano a 2400 sigarette. Praticamente quasi due anni da fumatrice media. Per me, non-smoker affezionata ai miei polmoni, era stato un grandissimo trauma. La cosa divertente è che, il giorno dopo, The Beijiner aveva già pubblicato un articolo dal titolo: “It is not true that breathing Beijing’s air is like smoking 40 cigarettes per day. Studies show Beijing’s air is actually good for our health”. Ma questo, per me, creava tutt’altro tipo di turbamento.

I gesti d’affetto.

In Oriente, la cultura è molto più conservatrice rispetto a quella occidentale. In generale i cinesi sono parecchio timidi e riservati: le donne si coprono molto e ridono in modo controllato, sfuggono gli sguardi e arrossiscono facilmente; gli uomini sono discreti, pacati e riservati; mai un’occhiata fuori posto. Il contatto fisico e i gesti d’affetto tra i due sessi, a meno che non si tratti di una coppia, non si usano. Un’amica e un amico non si abbracciano o baciano, non si toccano nemmeno per gioco e non si concedono nemmeno un bacio sulla guancia. Il massimo è una pacca sulla spalla o una stretta di mano.

E’ forse proprio per questo motivo che, come accadeva anche nella nostra cultura quando ancora esistevano certi tabù, la relazione di amicizia tra persone dello stesso sesso sia ampiamente sviluppata. Le ragazze vanno spesso in giro mano nella mano, si abbracciano e si accarezzano continuamente, sviluppando un rapporto di grandissima dipendenza. La sensazione con le miei amiche cinesi era talvolta quasi di asfissia, devo essere onesta.

Tra ragazzi non c’è eccezione: ricordo molto bene quando un nostro amico cinese ha spiegato con grande nonchalance a me, un ragazzo francese e uno tedesco, che è totalmente normale tra amici dormire nello stesso letto come gesto d’amicizia o farsi la doccia insieme, insaponandosi la schiena a vicenda. Nell’incredulità generale, il ragazzo cinese era abbastanza colpito dal fatto che fossimo così sconvolti. Continuava a ripetere che era una cosa ovvia, quella di fare la doccia tutti insieme “just to have fun”. Quel giorno lo shock non l’abbiamo subito solo noi europei, ma anche lui, che non riusciva a credere alle sue orecchie e continuava a chiedere: “Really? Don’t you ever shower with your friends?”.

In Cina si mette il burkini. E non solo.

Checché se ne dica, il burkini non è necessariamente una scelta religiosa. In Cina, il burkini è una scelta estetica. L’abbronzatura, che noi ricerchiamo disperatamente e che ci fa sentire più belli, lì è qualcosa da evitare come la peste. La pelle dorata o addirittura scura è  indice di povertà, di lavoro nei campi sotto il sole cocente. Esattamente come una volta in Europa, la pelle bianca come la porcellana è percepita come simbolo di eleganza e ricchezza.

Nelle spiagge di Qingdao, la località marittima più in voga della Cina, le donne non indossano costumi da bagno, bensì, i criticatissimi burkini che le coprono dalla testa ai piedi. E non è tutto. Oltre a questo (o ad una semplice tuta molto coprente), indossano il meno conosciuto facekini, una maschera che copre tutto il viso tranne occhi e bocca. Per coronare il look, un paio di guanti e un ombrello non devono mancare.

Guardando queste donne così coperte, in riva al mare più brutto e sporco che avessi mai visto, mi chiedevo se fossimo più vittime dei costumi noi occidentali, schiave di abbronzatura e ceretta (ebbene sì: da quello che ho visto negli spogliatoi delle palestre di Pechino, le donne non si depilano) o le orientali, sottoposte ad una cultura per molti aspetti retrograda. La risposta è che probabilmente lo siamo entrambe, ma intanto io, con la mia pelle dorata e il mio vestitino corto e leggero, mi sentivo decisamente più fortunata.

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Testo di Vittoria Calderara

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