Come sopravvivere al freddo olandese

In Olanda fa freddo, questo si sa.

Un freddo particolare, umido, fastidioso. Un freddo che ti entra nelle ossa e ti divora, lasciando segni più o meno visibili: labbra screpolate, mani che sembrano di cartapesta, naso rosso e gocciolante. Cose che passano, insomma.

Con me è andata così e mi è rimasto solo il ricordo di un freddo che ho odiato tanto e sfidato in sella alla mia bici, mentre cercavo di fingermi olandese.

Ma, forse, per gli olandesi non funziona proprio così. Sono abituati, sì, ma il freddo ha divorato anche loro. Non so quando, forse succede quando son bambini. In loro il freddo ha lasciato persino segni invisibili, ma indelebili. Si è infilato sotto pelle e lì è rimasto, come a creare uno strato che li separa dagli altri, forse addirittura li protegge.

La verità è che, in Olanda, fa freddo fuori e dentro le persone.

Nessun “ciao” urlato per la strada, solo un “hallo” quasi lapidario.

Nessuna risata fragorosa, al massimo qualche sorriso timido.

Nessuna chiacchierata infinita tra le corsie di un supermercato, solo rapidi saluti.

Nessuna uscita fatta giusto per andare a zonzo: le uscite devono avere un programma ben preciso.

Zero secondi di ritardo, anzi, preferibilmente qualche minuto di anticipo.

Nessuna lacrima condivisa, se tutto va bene giusto qualche parola scambiata.

Nessun abbraccio e no, per questo un corrispettivo nemmeno c’è.

Si tratta di un mondo sistematico, inquadrato in un preciso schema in cui ogni cosa ha un’etichetta, un mondo quasi asettico.

Non credevo che tutto ciò fosse possibile, abituata com’ero agli abbracci caldi, ai pomeriggi passati in compagnia a parlare del nulla e a ridere tanto, ai pianti sulla spalla delle persone care, ai “cinque minuti e arrivo”.

Poi ho avuto paura. Temevo di essere incastrata in un Paese in cui le persone sono povere di affetto e di parole. Tutto ciò che avevo sempre dato per scontato mi mancava terribilmente.

E a loro, invece, sembrava andare bene così.

Tutti quei biondi alti e dagli occhi azzurri mi sembravano dei giganti senza cuore.

Non capivo se le persone si fossero adattate a quei paesaggi grigi e freddi o viceversa.

Mi chiedevo se la tecnologia li avesse resi schiavi e magari trasformati in robot.

Riflettevo su quel Paese tanto aperto agli altri e alla trasgressione e che a me, invece, sembrava un sistema chiuso e un muro invalicabile.

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Solo alla fine ho capito.

Ho imparato ad apprezzare quella mentalità individualista in cui, però, qualsiasi momento in compagnia può essere gezellig (particolarmente piacevole, “cozy”). Ho iniziato ad apprezzare proprio quei sorrisi timidi scambiati di fretta nei corridoi della scuola e quelle poche parole scambiate durante una lezione. Ho capito che non si fanno sentire, ma se vuoi sono sempre lì. E non ti riempiono di parole o finte promesse, ma la loro disponibilità sanno dimostrarla.

Odiano il superfluo, questo sì.

Ho dovuto accettare la mancanza di abbracci e arrendermi ai loro goffi tentativi di mostrare – e dimostrare – un po’ di affetto. Ho compreso che gli olandesi non sono cattivi, ma sicuramente nemmeno calorosi. Sono solo vittime del freddo che ha ghiacciato i loro cuori.

Sono i più alti del mondo, ma sono troppo fragili per essere stretti in un abbraccio.

Sono abituati ad uno schema che per loro funziona.

Niente affetto, niente delusioni.

Vi direi che gli olandesi vanno abbracciati perché, in fondo, secondo me è questo ciò di cui hanno bisogno. Ma li mettereste in difficoltà e, comunque, non lo ammetterebbero mai.

O forse sì, nell’unico caso possibile: quando hanno bevuto un po’.

Forse, alla fine, il segreto è proprio questo.

Dovreste imbucarvi ad una festa a casa di qualcuno, una di quelle feste che non capirete quando e come sia stata organizzata, ma non importa, voi andate. E’ così che conoscerete davvero gli olandesi, con il cuore scaldato da qualche bicchiere di alcool.

Ed è proprio così che anche io ho conosciuto gli olandesi, l’ultima sera passata in Olanda, la sera del mio diciottesimo compleanno. Una sera un po’ strana per una che a malapena beve un goccio di birra, ma sicuramente la serata migliore passata in quel Paese che mi ha privata per un anno di tutto il calore umano al quale ero abituata e me l’ha restituito per intero, forse anche con gli interessi, in qualche ora di una sera di fine giugno.

Testo di Benedetta Di Filippo

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