Vivo a Dubai e non so andare in bicicletta

I know I know for sure That life is beautiful around the world I know I know it’s you You say hello and then I say I do Where you want to go? Who you want to be? What you want to do? Just come with me.

Via le cuffie, su il sedile, cappotto, borsa, passaporto, telefono. Fuori. Caldo. Palla di giallo, un po’ sparso, a macchie qua e là, come se il tubetto della tempera avesse schizzato una tavolozza di colori intonsa; questo sole d’ inverno, il sorriso di gusto all’idea della nebbia che cala su Milano, a 4000 chilometri di distanza.

Lontano dal mondo.

Profumo di nuovo, pronta a partire. E’ l’ultimo giorno dell’anno, cerchiato in rosso sul calendario, appeso al muro della cucina, tempo di far festa, di serate che si trasformano in notti magiche fino a diventare caldi cornetti appena sfornati dopo una serata passata a ballare. Questo è Capodanno, laggiù, a casa.

Ma qua siamo a Dubai. La città, davanti, vibra, stava aspettando, carica di energia che esploderà tutta insieme in mezzo al mare, con i fuochi d’artificio più belli del mondo. L’auto corre veloce, in mezzo a cento altre, aria condizionata e musica a palla, voglia di vita addosso.

Viaggiare è essere infedeli, così dicono, è esplorare e spogliarsi di veli e maschere, pronti a provarne di nuovi, nuovi sapori, odori, colori. Il souq splende, scintilla sotto la tettoia di legno che attraversa Deira: spezie e profumi, collane e scialli. Scarpe a punta, pipe decorate, ventagli e pailettes, pozioni e vasi multiformi. Affondare la mano in barattoli di mille colori, annusare e assuefarsi a polveri che pizzicano un poco.

Siamo a Deira: nessun grattacielo, solo una folla festante che cerca di sedurti, invitandoti nel proprio bazar, ti chiamano da ogni parte, voci che si confondono, in un inglese più dolce, di poche parole, tanti sorrisi e occhi furbi, all’erta. E’ il quartiere dei mercanti, tunnel coperti di mille botteghe, un intricato labirinto di perpetui affaccendati, osservano una ragazza vestita d’azzurro, spensierata rido con la mia amica, è di qua lei, e non sa andare in bicicletta.

Cerca di ricordare la via, ci perdiamo correndo per queste strade di tappeti appesi e donne vestite di scuro, occhi grandi e bellissimi, ciglia lunghe e nere come la pece, principesse d’oriente, dalle cui maniche spuntano tessuti leggeri e accenni di pizzi e brillanti, abiti nascosti sotto l’austerità.

Risuona, pare una canzone, calda, selvaggia e melodiosa, invita a pregare, è l’ora. Via le scarpe, acqua pulita per purificarsi, tutto si stoppa, nell’aria immobile del mezzogiorno. 1 dirham, si attraversa il creek, fragili barchette d’acqua, una folla di uomini chiazzati di sudore e bambine dalle lunghe trecce, qualche testa bionda quasi bianca, turisti e locali attendono il loro turno, il canale scorre, aspetta, varcato da mille tavole di legno, qualche minuto e giù di nuovo, immersi in questa oasi del deserto, al di là. Bur Dubai, Bastakiya.

Case basse, color di sabbia, polvere che si alza strisciando i piedi, uomini della terra vestiti di bianco, una fascia nera intorno al capo, quasi a tenere ancorati alla testa pensieri che altrimenti si alzerebbero in volo, rapidi, verso il cielo blu e le torri del vento. Bianche. Alte. Quadrati di cemento scalfito, raccolgono il freddo e lo portano giù, rapiscono correnti, torcendone il cammino: ingegno di sopravvivenza.

Intorno, case dai merli ricamati e i cortili ampi, nascondono gallerie dai tanti colori, magici graffiti, come un ricciolo ribelle che esce da un turbante, un angolo, sabbia, e poi sfumatura, fantasia. Chiazze, buttate lì, il nostro pittore è sempre all’opera, non si stanca di creare. Un po’ di verde ora, un cucchiaio di bianco e puntini rossi, scricchiolii aranciati, fresca, si scioglie al contatto con la lingua; pane bruciato, coperto di erbe, miscuglio di insalate, salse a metà fra solide e liquide, scivolano da cucchiai inutili. I sensi sono all’erta: formicolio di narici, dita da leccare, sorrisi che parlano di golosità. Fermata della metro …., entrare nel tubo d’acciaio, i poliziotti armati al controllo, la fila ordinata, gocce di vetro scendono dal soffitto, pulite, le gallerie si aprono di fronte.

Carrozza rosa, solo per noi, per proteggerci la notte, per farci sentire forti, donne e bambini, are you in the right cabin? Sì, lo sono, magliette che lasciano la pancia scoperta e pantaloni stracciati, è estate qua sotto, fra di noi. Belle, giovani o non più, stanche o emozionate, chissà, qualcuna starà per conoscere il suo principe, pensando al pranzo, il bucato od il prossimo viaggio da organizzare, coda multiforme di donne. “Non masticare, ti fanno la multa”. 100 per cibi o bevande, 200 per il fumo, non si sporca, è un luogo di tutti, niente rifiuti o schifezze, rispetto.

Avventura di persone, fino a tornare all’aria aperta, alla casa piatta, la villa ad un piano con le decorazioni natalizie appese a gelsomini e piante fiorite, un pupazzo di neve sorride sulla porta, riso di scherno nei ventitré gradi del tramonto di fuoco e stelle.

Da quando ho quindici anni non ho più festeggiato il capodanno in famiglia, e ora, in un mondo strano e favoleggiante, in questo immenso videogioco, mi attende una tavola, apparecchiata per 25, passeggini ai lati, dentiere messe al proprio posto, gonne luccicanti su forme da mamma e cravatte sbarazzine, si osa questa notte.

In Italia, si mangia il cotechino con le lenticchie, in Spagna dodici chicchi d’uva, in Brasile ci si veste di giallo, in Giappone si fanno pulizie, io gioco e ballo. Quiz sulle culture d’oltremare, danze libanesi, dalle montagne di neve, tacco, punta, piega, salta, mano, cerchio, di nuovo. Si aspetta l’agnello, in mezzo al tavolo, a mezzanotte, i fuochi da vedere sul tetto, mentre il telegiornale annuncia il grande incendio di un hotel del centro, urla e abbracci, tre baci sulle guance, salutiamo il 2017. La famiglia è meticcia, nessuno è un locale, in realtà, questo paradiso attrae, novità di vent’anni fa, questa città d’oro degli Emirati è casa di molte case.

Alle due è il capodanno libanese, è da là che viene la mia amica, dalla frenetica Beirut, giovane e viva, là che frequenta l’università, Un vassoio, venticinque involtini di sfoglia, ripieni di formaggio, un ramo dentro e una pallina d’argento, è l’augurio per quest’anno, portatore di una dolce novità: amici, figli, felicità, pace. Risate mentre si acchiappano rettangolini di carta bianca e blu.

Mi sposo.
Emozionante.

Ancora, musica, stelle filanti e botti di felicitazioni, corse per la stanza, tacchi troppo scomodi accantonati negli angoli. Poi, alla fine, sonno. 1 gennaio. Il deserto. Davanti e dietro, dune su dune, una jeep, corre, salta quasi, siamo in sette. oltre a noi, una strana famiglia: una coppia in viaggio di nozze, l’accento è americano, California, entusiasti, adrenalina in corpo, mentre balliamo in questa distesa immensa e vuota, altri due uomini, il fratello dello sposo, giovane, non si vedevano da quindici anni, fughe, guerre e poi una borsa di studio, cresciuti a distanza, sangue felice ora di riabbracciarsi.

L’amico si volta e ci domanda della nostra vita: studio a Milano, lettere antiche, greco e latino, esatto, è stranito, non capisce, l’utilità forse o la quotidianità della mia fatica, è simpatico però, pakistano, vive a Sharja, l’Emirato vicino, di gran lunga più abbordabile. Prendiamo in giro insieme un gruppo di ragazze che si fotografano a vicenda, bocche arricciate e pose ammiccanti, mentre il nostro gruppo preferisce rotolarsi giù da una duna, il sole comincia a calare, dietro di noi, i capelli tutti annodati, le bocche che ridono, i jeans pieni di sabbia, respirare libertà, come dice la canzone.

Voglia di tutto, fuori dagli schemi, giocare e correre all’infinito. Gara di cammelli, in groppa, uno in fila all’altro, mi fanno un video mentre urlo di paura quando la gobba si inclina per salire, sentirsi padroni di tutto, solo un metro sopra gli altri, su una coperta rossa, ricoperta di peli beige, è simpatico l’animale, cammina placidamente, mi trasporta in giro. Il mio caschetto sembra ormai una palla incollata sulla testa, le risate si fanno incontrollabili, attiriamo l’attenzione, facce buffe, parliamo tutti in inglese, ma nessuno di noi lo è, siamo felici, universalmente, vogliamo ballare e lanciare sabbia al vento, finisce negli occhi, annebbia la vista, come in un film.

Beduini nel deserto, seduti per terra a mangiare riso e porgere la mano ad una donna, rapidi tratti, un secondo e passa già alla mano successiva, fiori e farfalle sul mignolo sinistro, l’henné fa la crosta mentre una ballerina di danza del ventre sale sul palco improvvisato, battono le mani, fumano shisha, sbraitano, osservando i fianchi morbidi della ragazza, ingioiellati, mille campanellini che si muovono con lei, al ritmo seducente di cantilene che si fanno sempre più veloci, vorticose, seducono con una voce melodiosa, una fine improvvisa. Bis.

Stanchezza infinita, a casa stravolti, ancora drogati di musica, di persone, tutto gira, un sogno che non si spegne nel letto.

Testo di Camilla Mongini

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