Stoccolma, andata e ritorno…oppure no?

Sono le dieci di sera, mi trovo nel mio piccolo, polveroso appartamento universitario a Trieste. La bora si infila in ogni fessura delle vecchie finestre, facendole tremare, quasi quanto tremo io al pensiero del mio primo esame, al quale mancano solo pochi giorni.

In cerca di una distrazione, mi torna improvvisamente alla mente un piccolo biglietto da visita che presi da tre musicisti di strada a Stoccolma. Corro a cercarlo in qualche tasca nascosta del mio portafoglio. È incredibile come ci si ricordi di questi piccoli dettagli nei momenti di stress e stanchezza! Che magnifica città, Stoccolma! In uno dei miei film preferiti (Midnight in Paris) il protagonista dice: “Non posso credere che esista Parigi e che qualcuno possa vivere da qualche altra parte nel mondo.

Ecco, lungi da me non afferrare tutta l’eterna, indescrivibile magia di Parigi, ma tra le due città, io sceglierei ancora di vivere a Stoccolma.

Parigi ha l’incanto del sogno, che è un peccato rischiare di distruggere cercando di rendere realtà. Stoccolma, invece, nella sua bellezza tranquilla, verde e azzurra, che sa di acqua di mare pulita, di storia imperturbabile, sembra davvero la forma scelta dalla Serenità per mostrarsi sulla Terra. Ogni angolo della città è una piccola fotografia da rimirare, un’impressione da lasciar depositare con dolcezza in fondo al cuore. Un pomeriggio, mentre attraversavo una delle viuzze del centro trangugiando pacchetti di Lӓkerol al misterioso gusto “Salvi”, mi fermai ad ascoltare tre amici che suonavano le loro canzoni.

La ragazza cantava (sembrava piuttosto stonata, a dire la verità), mentre uno dei suoi compagni la accompagnava con una chitarra e il terzo strimpellava un violoncello. Lasciai cadere qualche corona nel cappello e il chitarrista mi invitò con un sorrisone a prendere uno dei loro biglietti da visita.

Ce l’ho davanti proprio ora: è un cartoncino piccolo, quadrato, con un disegno a tinte pastello su un lato: una montagna con un fiume che scorre a valle. Sul retro del biglietto leggo un sito web e una pagina Facebook. Niente nomi, o indirizzi, niente numeri di telefono, soltanto una parola in inglese: “Barnacles” (scopro che significa ‘cirripedi’, una specie di crostacei. Nome curioso per una band). I

l sito è, in realtà, un blog di viaggi. È diviso in sezioni. La prima in cui vado a curiosare è quella che si chiama “Listen to our music”. Le prime due canzoni sono lente e evocative, molto melodiche, canzoni che ci si potrebbe aspettare di udire in un campeggio in mezzo alle foreste norvegesi.

I tre ragazzi sono effettivamente norvegesi. Due di loro sono marito e moglie, il terzo il fratello di lei. Hanno deciso di dare un taglio anticonformista al viaggio di nozze: girare l’Europa in camper, finanziandosi lungo il percorso suonando la loro musica.

C’è abbastanza poesia in quest’idea da farmi sognare per qualche notte.

Realizzo improvvisamente che, a distanza di mesi e di molti chilometri, ho ancora nel portafoglio il biglietto da visita di questi tre avventurieri, con la montagna, il fiumiciattolo e tutto, e nessuna intenzione di buttarlo via. Perché dovrei? È il solo ricordo che mi rimane di persone che non conosco e che non incontrerò mai più nella mia vita.

Durante il mio ultimo pomeriggio a Stoccolma mi sedetti su una delle panchine della piazzetta vecchia ad ascoltare un barbuto e spettinato insegnante di musica che aveva fatto trasportare un pianoforte proprio al centro. Suonò molti pezzi, tutti di musica classica, tra cui il preludio in Do maggiore di Bach. Disse che faceva imparare quel pezzo a tutti i suoi allievi, senza eccezione, perché riteneva che qualsiasi pianista dovesse conoscerlo.

Erano circa le sei del pomeriggio, il cielo non era ancora scuro ma la luce cominciava a prendere quella sfumatura intima e azzurrina tipica della sera. La gente sembrava affondare nel torpore di fine giornata. Neanche due ore più tardi, le stesse persone si sarebbero ritrovate a chiacchierare e a rilassarsi in uno dei localini della piazza, oppure di qualche stretta viuzza laterale. Molti sarebbero stati proprio svedesi in cerca di un po’ di svago dopo una giornata di lavoro. Nel frattempo, svedesi e non, ascoltavamo Bach. Il sottofondo era il chiacchiericcio diffuso ma non invadente dei turisti nella piazza.

“Ecco, una perla.” dico a me stessa, ripensando a quella scena.

E dell’esame, chi si ricorda più.

Testo di Anna Bressan

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