I miei giorni in Mongolia: la storia di Serena

La Mongolia fu una scelta mia.

Ero tornata in Cina per la seconda volta.

Studiavo a Pechino già da qualche mese e anche per noi, studenti in trasferta, si avvicinava il momento delle vacanze.

Tutti i miei colleghi per la loro meta avevano già scelto Shanghai: la metropoli distante e meravigliosa… scelta perfetta per la nostra settimana di maggio..

Avrei fatto lo loro stessa scelta, ma Shanghai l’avevo già vista.

La Cina da copertina l’avevo già vista un milione di volte.

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Avevo visto la Cina versione “grattacieli e luci impazzite” e la Cina versione “parchi ordinati e profumo di ciliegi in fiore”.

avevo passeggiato nella Cina delle piccole strade ,delle botteghe di artigiani e del profumo di carta.

E tutte quelle immagini, raccolte per la strada, erano poi la Cina di cui mi ero innamorata, la Cina che mi aveva incantato almeno un milione di volte nei mesi successivi, la Cina che mi aveva lasciato spesso imbambolata in mezzo ad una strada, come bambina davanti ad un carrello di zucchero filato nelle vie del centro città .

Quella volta però, dopo 10 minuti trascorsi nell’ agenzia di viaggi, il mio istinto mi aveva portato ad aprire il catalogo dei “tour estremi”

Le immagini della Mongolia interna avevano catturato tutta la mia curiosità.

Il patto con l’agenzia era tacito e chiarissimo: potevamo infilarci nel gruppo in partenza ma il tour sarebbe stato tutto in lingua cinese, dimenticando chiaramente ogni sorta di comodità potessimo noi immaginare o pretendere da “occidentali”.

L’ emozione della partenza, condivisa con coreani pieni di colorati snack in busta per ogni evenienza e bastoni da selfie sempre in mano, fu qualcosa che non dimenticherò mai.

C’era l’entusiasmo dei viaggi nell’aria, ma forse nessuno si aspettava ciò che avremmo visto dopo un numero sconsiderato di ore passati in pullman.

La Mongolia ci accolse solo con una distesa di erba giallognola.

Da questa spuntavano, come funghi in lontananza, le iurte mongole, le abitazioni rotonde e coloratissime tipiche di questo popolo che in Cina rappresenta solo una delle numerosissime minoranze etniche. Arrivammo nel primo pomeriggio e fummo accolti dal profumo di un enorme pentolone, poco distante dal raggruppamento di iurte. Abbandonato li, nessuno sembrava prendersene cura.

Nonostante si fosse molto lontani dal concetto di tour per turisti che avevo immaginato …..Non ero per nulla spaventata.

L’accoglienza che ricevemmo nella iurta del capo villaggio fu un misto di magia e occhi sconvolti.

Gli uomini differivano abbastanza dai cinesi che eravamo soliti incontrare a Pechino. I mongoli erano più paffuti e sulla pelle portavano con evidenza il segno del vento e di una vita tra campagna e lavori di forza.

Ci fu offerta della grappa per riscaldarsi e dei dolci a base di latte di yak.

Dopo averci presentato il villaggio, il capo-villaggio con la sua numerosa famiglia…andammo a sistemarci nelle iurte.

In programma per la sera c ‘era il rito della Pignatta mongola : carne cotta dentro un gran calderone di brodo, che già da ore bolliva in cortile.

Il tempo, però, decise per noi: prima la pioggia, e poi una nevicata che nessun occidentale si sarebbe mai aspettato,  cambiarono il programma.

Trascorremmo la sera nella iurta dedicata al tempo comune e ai pasti.

 La cena fu a base di brodo caldo, carne di cavallo essiccata e verdure bollite. Quello che ricordo, poi, fu solo che in qualche modo entrammo a far parte anche noi di quell’ atmosfera, ballando con le loro musiche, bevendo con loro grappa in gran quantità. A braccetto ci inventammo coreografie per ore e ore e ci capimmo con quel cinese strampalato, che né noi né loro avevamo ancora imparato a parlare alla perfezione. 

Andammo a dormire tardi, sotto una neve che non cessava.

Appena uscita dalla festa di villaggio mi fu chiaro che anche la Mongolia Interna aveva un nemico e questo nemico era il freddo.

Entrata in tenda, chiudevo gli occhi e sentivo solo freddo, quel freddo che non mi faceva pensare a niente se non a cosa potevo inventarmi per coprirmi di più e, in breve, la prima notte in Mongolia Interna fu la più lunga della mia vita.

Ci vollero 3 maglie termiche, due pile, tre calze termiche, un fuseaux, un pigiama pesante, una felpa da neve, un numero che non ricordo di calzini e due bottigliette di acqua bollente tra le mani per provare a chiudere gli occhi e dormire. La testa, comunque, mi impedì a lungo di prender sonno: ero ferma su quel freddo, e non riuscivo né a pensare ad altro né a smettere di pensare al freddo.

La mattina dopo, il freddo e la neve avevano lasciato il posto a un tenue calore, il sole timido tra le nuvole illuminava di bianco tutta la prateria. Gli uomini erano andati al pascolo, cavalli e pecore non mancavano nel villaggio.

Mi sedetti vicino alla mia iurta e mi fermai a riflettere su quanto la Cina fosse ancora diversa da tutto quello che avevo visto fin a quel momento. 

Ricordo i giorni in Mongolia scanditi dalla vita di villaggio, dalla preparazione del latte di yak la mattina, alla raccolta delle uova… alle escursioni nel deserto passate a scendere le dune con solo delle assi di legno a farci da slittino. Ricordo tutto come fosse ieri.

Era la Mongolia interna, una parte nascosta e segreta che ora sentivo più vicina. Tra quelle dune, la mia risata mischiata a quella di altre risate dei compagni orientali…formava un’unica musica che si mischiava con quel vento forte che non smetteva mai di soffiare.

Mi sarebbe mancata tante volte casa mia, eppure in quel preciso giorno non esisteva nessun altro posto in cui mi sarebbe piaciuto stare.

Tornavo a Pechino con lo zaino ingiallito dal deserto, una grappa fortissima che bruciava sulle labbra sgretolate dal freddo e un bracciale fatto di cuoio da un bambino nelle strade della capitale.

Piccole cose, ricordi di un viaggio che mi avrebbe cambiata per sempre, e avrebbero ufficializzato per sempre l’uscita dalla mia confort zone. Uscita, di cui sono grata ancora oggi, uscita che solo un posto così magico e assurdo avrebbe potuto permettere. Sarebbe stata per sempre la mia Mongolia, e quelle praterie avrebbero lasciato il loro colore giallastro proprio nel mezzo dei miei ricordi più belli.

Testo di Serena Filippi

Chi è Serena?

Sono nata a Roma, il 09/03/1989, sotto il segno dei Pesci “come direbbe Venditti”.

Sin da piccola le mie letture già parlavano di un mondo lontano che mi sembrava somigliasse a quello delle favole nei racconti dei primi scrittori orientali: era semplicemente  un mondo nuovo, incredibilmente affascinante, ma vivo, reale, proprio come il mio.

Dopo il diploma classico, Nell’ anno accademico 2008/2009, con una curiosità ancora così viva che sarebbe stato solo un peccato non trasformare in passione, mi sono iscritta alla facoltà “ Lingue e civiltà Orientali” presso “La Sapienza”  Università di Roma 1.

Nei tre anni di corso mi sono dedicata allo studio del cinese sia classico che moderno come prima lingua scelta a cui ho affiancato lo studio della lingua indiana (hindi).

La Cina a Roma, respirata tra i vicoli di Piazza Vittorio, tra i banchi del mercato di spezie sotto i portici, nelle aule in cui si è iniziato in molti e si è finito in molto pochi, mi sembrava un regalo, qualcosa a cui potevo finalmente avvicinarmi….tutti i giorni un po’ di più. Eppure qualcosa mi sfuggiva…inevitabilmente. Imparavo molto ma senza sentirmi davvero parte di un qualcosa che comprendevo, che condividevo, che potevo chiamare anche “mio”.

Per questo motivo, il primo semestre del  2011 decido di partire per  Pechino.

I mesi di studio intensissimo  nel corso linguistico presso l’ università di lingue di Pechino la BEIJING FOREIGN STUDIES UNIVERSITY  mi danno la possibilità unica di apprendere la lingua al di fuori dell’insegnamento accademico, nell’uso quotidiano e pratico del vivere comune.

Proprio al 2011 risalgono i primi viaggi “ Nella Terra di Mezzo”: Pechino, la capitale meravigliosa dove tutto cambia in apparenza ma tutto resta uguale se si impara a cercare nei luoghi giusti, Datong con i suoi templi sospesi e  le statue di Buddha intarsiate in una roccia che ancora racconta, ancora emoziona, Shanghai la modernità che divora e affascina, la metropoli che nulla ha da invidiare all’Occidente, che racconta di una cina Moderna e non più così distante,  ed infine le città del sud della Cina: Hangzhou, Suzhou e i canali di una Venezia , incredibilmente romantica, incredibilmente cinese.

Il ritorno porta un po’ di malinconia…come tutte le cose belle.

Nel marzo 2012, la prima laurea in Lingua e Civiltà Cinese.

Nel 2012, subito dopo la laurea, comincio a lavorare con la Cina. Collaboro nell’organizzazione dell’ evento “Asiatica Film Mediale 2012”, il festival cinematografico di Roma volto a promuovere in Italia il valore e la ricchezza culturale del cinema asiatico. Il mio ruolo ad “Asiatica” è quello di occuparmi della traduzione dei testi per i sottotitoli dei film in lingua cinese, quello di seguire la stampa/redazione/pubblicazione del catalogo di mostra, curando anche i rapporti con i registi cinesi dei film in gara, ospitati a Roma per l’evento.

Il lavoro è una grande opportunità, ma mi sento ancora molto giovane, soprattutto per quanto riguarda la lingua.

Già, tre anni non bastano per parlare il cinese, e spesso, a distanza di anni di traduzioni, di temi, di articoli, di mail ancora mi stupisco a pensare che forse per impararla davvero” non basti una vita”.

Il cinese è così:“ ti stupisce sempre”.

Riprendo gli studi per la laurea magistrale nel 2013 e, appena il Ministero degli Esteri mi dà la possibilità di una borsa di studio per il master in lingua cinese a Pechino, parto di nuovo.

Viaggio a lungo anche in questi mesi, ma questa volta scelgo le zone meno battute…quelle che il turismo ancora non conosce e che riservano immagini indimenticabili:  le praterie mongole, la capitale della Mongolia interna Hohhot, le iurte nel deserto del Gobi, la neve nelle steppe aride con il freddo che entra nelle ossa e che  solo una ciotola di latte di yak caldo mi sembra possa atenuare.

Vivo per 2 settimane nel villaggio nomade estremamente povero di un gruppo di minoranza mongola. La sera c’è il falo del capovillaggio a tenere caldo a tutti, una iurta più grande che può concedersi il lusso di riscaldare tutto il gruppo nomade con il suono di un liuto e di una forte bevanda alcolica, una grappa mi sembra, o qualcosa di simile.

Il ritorno a Roma porta alla mia seconda laurea: Interpretariato e “Traduzione cinese”.

Alla laurea magistrale segue 1 anno di studio intenso per i riconoscimenti linguistici dei livelli iternazionali di lingua cinese, gli unici riconosciuti dalla Repubblica Popolare di Cina.

In questi anni e ancora oggi non ho mai smesso di lavorare, nel campo cinematografico cinese, nell’insegnamento della lingua cinese a bambini italiani e di quella italiana a bambini cinesi. Dal 2016 lavoro come traduttrice di testi, in una piccola società nella città che mi ha dato la nascita.

Eppure, nonostante il tempo passi in fretta e ogni giorno mi ricordi quanto sia stato giusto seguire quella semplice curiosità di bambina,credo che nulla valga di più delle immagini che ho raccolto in questi anni. Nessuna laurea, nessun esame, nessun master possono insegnare tanto quanto aver avuto la possibilità di conoscere, di vedere dal vivo quella realtà. Una realtà di un paese complesso e meraviglioso che nessun tour guidato, nessun viaggio organizzato da un’agenzia italiana o cinese potrà mai svelare.

Immagini che solo chi ha avuto la fortuna di perdersi per strada almeno un miliardo di volte ha potuto scoprire, vicoli che saggiamente fuggono dal turismo, angoli di Cina che sembrano dormire in un sonno profondo e che invece brillano, vivono e parlano a chi sa addentrarvisi….

Sono gli angoli che fanno della Cina “ la Vera Cina” , quella parte che ognuno di noi in fondo possiede e che riserva solo a chi sa cercare “ con il cuore”.

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