Studiare a Singapore: ecco l’esperienza di Tak

Salve a tutti, io sono Alessandro. Anzi, mi correggo, il mio vero nome è Tak. Lo so che sembra strano, ma il successo del mio soprannome durante questi anni è stato tale che persino mio madre, ormai, fa fatica a chiamarmi diversamente. Sono nato a Chieti, una piccola cittadina del centro Italia, ma quella che considero “casa mia”, cioè quel posto in cui riesco a sentirmi davvero in pace, si trova in una piccolissima macchia urbana in Abruzzo, di nome Loreto Aprutino. Da ormai quattro anni, ad ogni modo, vivo e studio a Milano. Una realtà ben diversa da quella a cui ero abituato. Le mie passioni non sono troppo entusiasmanti. Mi piace la buona compagnia, cioè avere amici che mi facciano ridere tanto, leggere e soprattutto sono un amante del cinema. Cinema a tutto tondo: dalle commedie americane che ti aspirano via il quoziente intellettivo, fino ai vecchi imbattibili film o ai nuovi capolavori della settima arte. Ancora meglio, ovvio, se un buon film è accompagnato da una buona compagnia e mi ritengo abbastanza fortunato da poter dire che solitamente accade questo. Ultima, ma non meno importante, mia grande passione sono anche i miei cani. Due mostriciattoli eccezionali la cui altezza al garrese farebbe rabbrividire anche il più impavido degli uomini, ma estremamente buffi: Hasko e Pedra.

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In che paese hai studiato e perché hai scelto proprio quell’università?

Il destino ha voluto portarmi a Singapore, una metropoli estremamente diversa sia da Milano sia da “casa mia”, come studente della Singapore Management University, in qualità di rappresentante della mia università (“la Bocconi”) nel programma di International Business Law, Themis. Sembra qualcosa di estremamente difficile, ma si tratta sostanzialmente di un network di 7 (dal prossimo anno 8 se non sbaglio) università sparse per il mondo, che ogni anno hanno il piacere di scambiarsi noi (s)fortunati studenti selezionati. La scelta dell’università non è stata particolarmente tribolata o il risultato di complesse analisi incrociate che piacciono tanto ai Bocconiani. Posso dire che prima di scegliere l’università, ho scelto la cultura, l’ambiente, il luogo insomma. Questo perché volevo, almeno in questa esperienza, certo esser coinvolto in una realtà accademica stimolante e illustre, ma anche e soprattutto immergermi in qualcosa di nuovo, di diverso, estremamente diverso, rispetto a quanto ero abituato. Il processo mentale è venuto da sé dunque: Asia, Singapore (come metropoli avanzata tecnologicamente e paradiso economico), SMU (in quanto università illustre e dura, coinvolta nel programma Themis che mi interessava enormemente).

Quali sono le paure che avevi prima di partire?

Penso un po’ quelle che accompagnano ogni viaggio. La paura dell’ignoto. Una sorta di dolce paura però. Perché ogni volta che non si conosce quello a cui si sta andando incontro, le sensazioni sono contrastanti: timore, più o meno infondato, di non essere in grado di affrontare quello che ci aspetta, ma anche tanta voglia di conoscere e curiosità di vivere e capire cosa accadrà. Poi, ragionando in termini estremamente più pratici, mi stavo dirigendo letteralmente verso l’altro capo del mondo, in un continente lontano, differente e molto più variegato rispetto alla mia nazione, ma in generale all’Europa. Se da Milano un volo diretto sino a Pescara dura un’ora (e dunque ad ogni problema, per quanto grande, casa è ad un battito di ciglia), un volo diretto Roma-Singapore o Singapore-Milano, se tutto va bene, necessita di ben 13 ore. Insomma la distanza era tanta e la paura di non poter contare sul mio “luogo sicuro”, su “casa mia” anche.

Qual è stato il primo impatto?

Meraviglia. Stupore. Ma non le definirei come le sensazioni da primo impatto. Non so, ma io reputo il primo impatto come un’emozione spontanea, magari intensa, ma passeggera, che solitamente poi lascia posto a qualcosa di diverso, più pacato e razionale dovuto al tempo e all’abitudine. Decisamente le emozioni da primo impatto non sono adatte a Singapore. È una città che non smette mai stupirti. Per quante volte tu possa passare davanti al Marina Bay Sands, non smetterai mai di rimanere a bocca aperta e chiederti come l’uomo sia in grado di creare cose simili. Per quante volta possa percorrere le strade di Little India, continuerai sempre a fermarti a scattare foto alle luci, le spezie, i templi e la folla di gente che si accalca la domenica nelle strade. Per quante volte possa passare pomeriggi camminando a Chinatown, rimarrai sempre sbalordito dai colori, i tessuti e gli inimmaginabili oggetti che potrai trovare nei mille negozi del quartiere.

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Come è stato frequentare l’università a Singapore?

Straordinario. Devo dire che l’inizio è stato duro. Io sono uno studente di giurisprudenza, quindi scegliere di sostenere esami di diritto in una giurisdizione tanto diversa, in un sistema tanto diverso, non è una passeggiata. Devi cercare di recuperare nozioni, istituti, norme con i quali gli altri studenti hanno familiarizzato per quattro anni. Però superato questo scoglio, il resto è davvero entusiasmante. È una continua scoperta, un continuo confronto con l’Italia che ti porta a comprendere quanto distanti possano essere valori, libertà, necessità e pensieri in una società differente. Il metodo di studio è anche estremamente diverso. Una class participation fondamentale, che ti spinge a intervenire, a prendere parte alla discussione, in lezioni che non possono essere noiose, perché sono essenzialmente costruite dagli studenti. Le classi ovviamente sono piccole, proprio per stimolare questo protagonismo. Dei fondamentali group projects, che richiedono grande pazienza, collaborazione e un confronto costante. E ovviamente tanti essays e presentazioni in classe che potenziano grandemente diverse competenze che, oggettivamente, molto spesso in Italia sono un po’ sottovalutate.

Ti va di raccontarci un aneddoto indimenticabile riguardo alla tua esperienza accademica?

L’aneddoto non è accaduto esattamente a Singapore, ma a Bangkok, in Thailandia. Comunque penso sia coerente con la domanda, perché una delle altre caratteristiche eccezionali di Singapore è la sua natura di crocevia internazionale per il Sud-est Asiatico e l’Asia in generale. Per me, è stato indimenticabile assistere ad un’adorazione buddista, guidata da monaci thailandesi presso il tempio di Wat Pho. Il tempio è in realtà un complesso di luoghi sacri, la cui “attrattiva turistica” principale è il mastodontico Buddha d’oro sdraiato, ma l’episodio è avvenuto in un altro piccolo tempio del complesso. Mentre infatti ero seduto, ascoltando i profondi canti di adorazione dei monaci, era come se il tempo si fosse fermato. Ovviamente non capivo una parola di quello che stavano dicendo, ma il suono era magico, quasi viscerale. Ero talmente coinvolto nell’evento che non mi sono reso conto del passare del tempo e così, finita la cerimonia e uscito del tempio, mi sono ritrovato da solo, perso, a Bangkok e sono stato costretto a tentare di spiegare a delle guardie, che ovviamente non parlavano una parola di inglese, di fare un annuncio per ritrovare i miei amici. Scrivendo, in realtà, mi vengono in mente tantissime altre esperienze che potrei raccontarvi e la scelta dell’aneddoto “indimenticabile” tra queste è stata estremamente dura. Potrei raccontarvi delle immersioni tra gli squali e le tartarughe marine della Malesia, delle spiagge bianche dell’Indonesia, dei campi di riso in Vietnam o delle foreste in Giappone, ma probabilmente dovrei scrivere per ore per far ciò.

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È stato difficile integrarsi e fare amicizia?

Affatto. Penso che questo dipenda anche dalla predisposizione soggettiva di ciascuno, però posso dire che, almeno nel mio caso, l’integrazione sociale è stata la parte più semplice. Sarà anche per il fatto che tutti erano estremamente curiosi di conoscere la vita in Europa e specialmente in Italia e tale curiosità era reciproca. Ho conosciuto tantissime persone, che hanno portato altrettante storie, esperienze e pensieri nella mia vita. Non mi riferisco soltanto ai locals, ma alle decine (forse centinaia) di altri studenti exchange che hanno condiviso questa avventura con me. Diciamo che tutti eravamo molto entusiasti di conoscere “il diverso”, i variegati aspetti di vite parallele che si svolgono quotidianamente in ogni parte del mondo.

Perché hai scelto di partire per un semestre all’estero?

Perché pensavo e penso tuttora (diciamo ora ne ho la certezza) che questa potesse essere una esperienza arricchente, sotto tutti i punti di vista. Dal punto di vista economico la spesa può essere estremamente alta (a Singapore soprattutto), ma vivendo l’esperienza, e al mio ritorno in Italia, mi sono reso conto che le conoscenze acquisite, le certezze consolidate, i cambiamenti intrapresi mi hanno reso più ricco di prima in tanti aspetti. Parlo del differente modo di affrontare la vita, della consapevolezza che purtroppo tante volte quello che viviamo nel quotidiano viene frainteso con tutto ciò che possiamo vivere. Non è così! Il mondo è vasto, pieno di tesori da scoprire e anche la più grande città non è nient’altro che un piccolissimo punto nel mappamondo se comparata al globo. Un punto che coesiste con tante altre realtà, differenti, sconosciute, assurde e che aspettano solo noi e la nostra curiosità per poter essere scoperte. Un consiglio a chi sta decidendo se intraprendere questa esperienza? Il consiglio è semplice, ma penso efficace. Scordatevi delle vostre paure, dei vostri limiti mentali (che tutti in diverse misure abbiamo), fate le valigie e preparatevi a vivere una delle più incredibili esperienze della vostra vita.

Perché studiare proprio in quest’università?

Perché è una palestra. Una palestra che vi costringerà a dare il meglio di voi, a confrontarvi con metodi di studio e approcci differenti. A seguire corsi con i più illustri professori, provenienti da tutto il mondo, e ad essere coinvolti in una realtà studentesca dinamica e internazionale. Sarà sicuramente un’immersione in una formazione accademica che vi farà consolidare competenze diverse rispetto a quelle sulle quali le università italiane in generale puntano.

Lo rifaresti?

Ditemi da che aeroporto partire e quando. La valigia non l’ho ancora disfatta. Ripartirei adesso!

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