Visto e copertura sanitaria negli Stati Uniti: tutto quello che c’è da sapere

Il mondo si è rimpicciolito: in poche ore, possiamo ritrovarci dall’altra parte dell’oceano con estrema facilità. Per noi europei, tuttavia, un weekend a New York richiede più organizzazione di uno a Parigi. Non si tratta né di programmi turistici, né tantomeno di questioni di alloggio o altro, bensì di alcuni iter burocratici fondamentali per poter accedere e permanere in sicurezza e tranquillità negli Stati Uniti d’America. In particolare, ci sono due passaggi fondamentali che si è costretti ad affrontare nel momento in cui decide di partire per gli States: il visto e l’assicurazione sanitaria.

VISTO

Una volta scesi dall’aereo e messo piede sul suolo americano, non si respira da subito aria di libertà. Le file infinite alla dogana dell’aeroporto parlano chiaro: i non-cittadini americani devono, uno per uno, dimostrare di non essere un pericolo per il Paese e, soprattutto, di non volerci rimanere più a lungo del previsto.

Ma facciamo un passo indietro: il primo step si fa qualche giorno, settimana o addirittura mese (dipende dalla vostra ansia o tendenza alla procrastinazione) prima di partire. Questo passaggio consiste nel richiedere l’ESTA. L’ESTA è un visto di tipo turistico che, se concesso, permette la permanenza negli Stati Uniti per massimo 3 mesi. La richiesta  si fa online, ha un costo di 15 Euro e rimane valida per 3 anni. Quando la domanda viene accettata, vi verrà consigliato di stampare un certo documento. Io, personalmente, non l’ho mai fatto: alla dogana, una volta presentato il passaporto, sapranno esattamente chi siete. Bisogna tenere presente che la richiesta e pagamento dell’ESTA non garantiscono l’ingresso nel Paese, ma sono tuttavia necessari. Il link per iniziare la pratica è questo: https://esta.cbp.dhs.gov/esta/.

Arrivati davanti alla grande insegna customs” (dogana), preparatevi a rispondere a svariate domande. Solitamente, se si viaggia in famiglia con un itinerario preciso, il controllo non dura molto. Vi chiederanno quali sono le tappe del vostro percorso, quando programmate di tornare a casa e dove alloggerete. Tuttavia, se viaggiate da soli e non per motivi di studio (e.g. exchange), sperimenterete qualcosa di molto simile ad un interrogatorio. Ricordo ancora, le due volte che mi sono recata negli USA da sola (una volta a 15, l’altra a 20 anni), i sudori freddi di quei momenti, ferma alla dogana a cercare di giustificare per filo e per segno il mio viaggio.

La prima volta, all’aeroporto di Phoenix, mi è stato chiesto della mia famiglia ospitante, di cosa facessero di professione, dove avrei alloggiato. Mi hanno domandato cosa portassi in valigia, quanti regali, di che tipo e di quale valore. Io, per la prima volta in America, mi sono sentita piccolissima. La seconda volta, l’estate scorsa, la questione è stata più complicata. Dovendo fare uno stage non retribuito a Chicago, il visto ottimale rimaneva l’ESTA. Il funzionario della dogana è rimasto subito insospettito dal fatto che sarei rimasta ben due mesi nella Windy City e ha iniziato a pormi a raffica una serie di domande a cui io rispondevo concentratissima tipo concorrente dell’Eredità. “What do you do? Are you a student?”; “What’s the name of your universiy?”; “How much is your univeristy tuition fee?”; “How do you think you can you afford 10 weeks in the USA without a job?”; “What do your parents do?”; “How much do they earn monthly?”; “Where are you staying?”; “Do you know anyone in Chicago?”; “Where did you find your internship?” sono solo alcune delle domande che mi hanno fatto e a cui io, incerta, ho risposto. Quando mi sono accorta che l’officer della dogana sembrava comunque poco convinto, un po’ stizzita e decisamente assonata, ho affermato: “I’m starting my last year of my bachelor in September. You can be sure I’m gonna go back to Milan: I gotta graduate”. Con questa frase non solo sono riuscita a strappare un sorriso all’amico doganiere, ma anche a conquistare la mia libertà come non-cittadina autorizzata sul suolo americano.

COPERTURA ASSICURATIVA

L’assicurazione sanitaria, a differenza del visto, non è obbligatoria per entrare negli Stati Uniti. Tuttavia, un po’ come quegli approfondimenti che poi finiscono sempre nell’esame, è caldamente consigliata. Molto spesso non succede mai nulla, ma se mai dovesse succedere… fidatevi di me: non vorreste mai trovarvi in difficoltà di salute in America senza un’assicurazione. Infatti, la sanità americana è privata e quindi estremamente costosa. Ecco un piccolo e approssimativo listino dei prezzi: tragitto in ambulanza, $1500; gesso e tutore ad una gamba: $3000; radiografia: $500; appendicectomia: a partire da $7000; visita medica: a partire da $99. Per questo motivo, un’assicurazione è decisamente auspicabile e copre le eventuali spese di certe spiacevoli disavventure.

Ci sono vari tipi di assicurazioni e innumerevoli compagnie, sui cui siti è possibile, inserendo i vari dati del viaggiatore, calcolare un preventivo. A seconda del tipo di viaggio (lungo e corto, turismo classico o estremo ecc.) il costo varia da 30 Euro a circa 500. Quest’estate, io ho optato per Columbus: con circa 300 Euro ho ottenuto una copertura completa, sia sanitaria che per volo e bagaglio.

Cosa succede, però, quando ci si trova nella reale necessità di usufruire delle strutture sanitarie in America? Io, quando quest’estate mi sono ritrovata con 41 di febbre nel mio appartamentino di Chicago, non ne avevo la minima idea. Da qualche giorno stavo male e la febbre non scendeva quindi, armata di coraggio, mi sono avventurata nel sistema sanitario statunitense. La prima cosa da fare è cercare strutture che offrano la possibilità di fare visite mediche. Quello che dovete cercare sono le “Minute Clinics” più vicine a voi. Io ho optato per quella all’interno di un limitrofo CVS  (una delle catene farmaceutiche americane più note). All’interno del negozio c’è una sorta di gabbiottino dove, innanzitutto, bisogna registrarsi con un documento d’identità. Dopo averlo fatto, sono stata accolta da una dottoressa accompagnata da una studentessa che, sorridendomi gentilmente, mi hanno chiesto se avessi un’assicurazione sanitaria. A quel punto ho spiegato che sì, ce l’avevo, ma era quella turistica dato che non ero una cittadina americana. Il medico mi ha quindi spiegato che loro non trattavano con le assicurazioni sanitarie di viaggio, o meglio, che quello sarebbe stato uno step successivo che avrei dovuto affrontare io successivamente rivolgendomi alla compagnia e chiedendo il rimborso. La fatidica domanda è arrivata poco dopo: mentre ero lì, moribonda in piedi davanti a loro, ecco le parole famose, quelle che, se non le senti almeno una volta, non puoi essere davvero sicuro di essere negli USA: “Do you have a credit card?”.

Ovviamente, la carta di credito ce l’avevo. Prima di visitarmi, la dottoressa mi ha spiegato quanto mi sarebbe costato uscire da quel CVS con la speranza di sopravvivere a quella febbre da cavallo. La visita costava 99$ e per eventuali test specifici le tariffe variavano da 30 a 60$. Quindi mi hanno provato la febbre (41!), chiesto i miei sintomi e toccato le tonsille. $99 dollari andati. Dopo di che mi hanno fatto un test alla gola ($28) e l’urino coltura ($33). I risultati sono arrivati dopo circa tre minuti. Prescrizione finale: antibiotico, ibuprofene, paracetamolo e tanta Gatorade. Sì, esatto: Gatorade. Dopo tre giorni ero di nuovo in piedi, sana come un pesce.

Una volta tornata a casa, ho dovuto iniziare le pratiche per richiedere il risarcimento all’assicurazione: il procedimento è leggermente complicato e ammetto di aver anche pensato di rinunciarvi, ad un certo punto. Tuttavia, dopo aver seguito le istruzioni che ho trovato sul sito, il risarcimento è finalmente arrivato. Certo, ho dovuto aspettare circa quattro mesi, ma il bonifico copriva esattamente l’importo ed è stata una piacevole sorpresa (in cui onestamente credevo poco, forse per colpa della mia sfiducia nella burocrazia) in una fredda giornata di fine Novembre.

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Testo di Vittoria Calderara

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