Cosa ho imparato dopo aver vissuto a Roma

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Il cursore lampeggia su una pagina bianca ed io non trovo le parole. Ma Roma è quel capitolo della mia vita che non può restare taciuto. Un punto di svolta, un punto di non ritorno. Più che un punto di arrivo, un punto di partenza.

Sono letteralmente scappata a Roma alla soglia dei miei diciannove anni, stanca della vita di provincia racchiusa tra monti che sì, saranno anche bellissimi, ma non lasciano intravedere oltre.

Roma non ha bisogno di descrizioni, potrebbero solo sminuirla. Che sia bella da togliere il respiro si sa, che sia un museo a cielo aperto anche. Ovunque ti giri, ti fa sognare. La Roma della mia quotidianità si snoda tra le vie del centro, dell’università, tra Villa Borghese e Villa Torlonia, tra Viale Regina Margherita e Via Nomentana, Via Alessandria, Corso Trieste, Piazza Fiume, Piazza Bologna e Piazza Buenos Aires. Potrei continuare all’infinito e continuerei ad inquadrarla comunque all’interno di coordinate indefinite, infinite. Perché la città eterna è già in partenza indefinibile e infinita. Eterna, di per sé, vuol dire tutto e vuol dire niente, non definisce.

Roma non è la mia città. Sono venuta a Roma da una città che non è la mia città. E la città in cui sono nata non l’ho vissuta come la mia città. Quindi, al momento, non ho una città. Non ho un posto in cui dire “torno a casa”. Ho ventidue anni e, a dire il vero, non sento la necessità di avere un posto del genere. Ho ventidue anni e tra poco lascerò anche Roma, per trasferirmi in una città che a sua volta lascerò.

Così tornerò a Roma e poi chissà dove andrò a finire. Ho ventidue anni e, sinceramente, non voglio saperlo. Mi lascio aperte tutte le possibilità. Ho ventidue anni e se vado in crisi alla domanda “come ti vedi tra due, cinque, dieci anni?”, probabilmente è giusto così. A questa età forse è comprensibile avere più domande che risposte, è più facile sapere ciò che non si vuole rispetto a ciò che si vuole. E mi viene da pensare che se sono allergica alla parola futuro, forse è perché invece di sognarlo e basta, sto lavorando sul mio presente e non voglio rovinarmi la sorpresa di scoprire dove tutto questo mi porterà.

So che voglio viaggiare. Che sia per studio, lavoro, piacere. Dopo ventidue anni e dopo aver messo piede in ventidue paesi, posso dire che il viaggio di cui parlo non è un weekend fuori porta. E’ un vivere, non un visitare. Ed io voglio immergermi nella diversità, confrontarmici, assaporarla fino all’ultima goccia.

Roma mi ha insegnato ad accettarmi per quella che sono. A smettere di nascondermi tra le aspettative degli altri, a fare pace con la mia storia e a darmi la forza per costruirla attimo dopo attimo. Roma mi ha spinta per la mia strada. Mi ha insegnato che non serve a nulla fare finta di stare bene dove in realtà non si sta bene per niente. Se le cose non vanno, non vanno, e ci saranno cose nuove e migliori, se solo si ha il coraggio di andarle a cercare.

Roma mi ha sbattuto in faccia la più cruda delle verità: capire che la vita non sta ad altri se non a te. Spingersi oltre e permettere all’ignoto di assalirti e di lasciarti nudo nel bel mezzo del nulla.

Non per perdersi, ma per trovarsi.

Testo di Veronica Stopponi

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Un commento Aggiungi il tuo

  1. Lalu ha detto:

    Hai proprio ragione…alla tua età sono più le domande che le risposte! E chi pretende che abbiate delle certezze sbaglia….che fine hanno fatto i sogni se non nelle vite dei 20enni…
    Sei molto coraggiosa aggiungo…
    LaLu

    Mi piace

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