Cinque cose che non mi sarei mai aspettata da Pechino

Quando nell’estate 2015 sono partita per la Cina, con la prospettiva di rimanere due mesi a Pechino ospite di una famiglia cinese, sapevo che non sarebbe stata una passeggiata. Nonostante le mie già numerose esperienze all’estero, infatti, ero consapevole che immergermi per la prima volta nella cultura orientale sarebbe stata una vera e propria avventura. I vari shock a cui sono stata costantemente sottoposta durante la mia permanenza sono innumerevoli e decisamente curiosi, ma, in particolare, ci sono stati degli aspetti di Pechino che mi hanno colpita positivamente o, altri, che mi hanno lasciata semplicemente senza parole.

Non ho mai mangiato così bene.

Italia esclusa, ovviamente. Ma la cucina cinese ha fatto breccia nel mio cuore e, in modo molto più immediato, nel mio stomaco. Partita convinta che mi sarei trovata a mangiare cibo fritto e riso bollito, senza contare qualche insetto qua e là e, in genere, cibo semplicemente disgustoso, avevo già messo in conto che sarei tornata in Italia più in forma che mai. Pessimo errore di calcolo.

La cucina casalinga cinese è, infatti, assolutamente deliziosa. Dai dumplings fatti a mano alle zuppette di pesce; dal pane tipico cinese cotto al vapore ai noodles freschissimi. Mai avrei immaginato che il tofu, cotto in decine di modi diversi, potesse passare dal gusto del bacon a quello del pollo. Per non parlare delle edamame, perfette come snack pomeridiano.

Per quanto riguarda la cucina da ristorante, ho avuto la fortuna di andare nei locali più esclusivi: ho assaggiato la migliore anatra alla pechinese di Pechino, servita su un enorme vassoio rotante con delle sfoglie di pasta fillo sottilissime e salse squisite, da mangiare “wrapped” con le mani; i freschissimi prodotti ittici di Qingdao, la località marittima più in voca della Cina, dove mi sono cimentata nella filettatura dei pesci con le bacchette (impresa non semplice, ma spinta da grande motivazione); il famosissimo “hot pot”, per cui in mezzo alla tavola viene posizionata una pentola piena di brodo bollente in cui sono gli stessi commensali a cuocere le varie pietanze tra cui innumerevoli verdure, quello che sembrava prosciutto crudo, germogli e tofu.

Street food: noodles in tutte le salse!

Una vita notturna sorprendente.

Non mi dilungherò troppo su questo punto, anche perché molto di quello che è successo nei clubs di Pechino non me lo ricordo. E’ necessario solamente dire che, paragonata alla capitale cinese, Milano di notte sembra dormire sonni decisamente tranquilli. Tutte nella zona di Sanlitun, il pieno centro, sono collocate le migliori discoteche della città: ci si può comodamente spostare dall’una all’altra a piedi, essendo a poche minuti di distanza tra di loro.

L’ingresso è di circa 100 CNY (13 EUR) e un drink qualcosa come l’equivalente di 3 euro. Personalmente, ammetto di non aver mai sborsato un centesimo nei locali a Pechino: basta conoscere le persone giuste ed è tutto offerto, dall’ingresso al tavolo, fornito costantemente di bottiglie, drink e vassoi di frutta fresca.

La musica decisamente commerciale (da Jay-Z fino a Danza Kuduro, nelle prime ore del mattino) rende tutto molto piacevole e soddisfa i gusti internazionali di tutti i clienti. Le ballerine e ballerini che si spogliano in mezzo al locale danno un tocco suggestivo. Mai vista una rissa né scene particolarmente spiacevoli: in discoteca a Pechino ci si diverte, punto.

E’ una città cosmopolita.

Che a Pechino non ci fossero solo cinesi, lo immaginavo. Ma una tale quantità di stranieri, onestamente, non me l’aspettavo. Oltre ad americani ed europei trasferitisi per lavoro, ho conosciuto decine di ragazzi africani che, a Pechino, erano arrivati per studiare e per sviluppare le loro start-up e business di ogni tipo: da commercio di pietre preziose, a programmi d’istruzione, a progetti di direct investment cinese in Africa, la quantità di nord-africani a Pechino mi ha lasciata senza parole.

La più assoluta sperequazione.

In un paese in via di sviluppo, si sa, la classe media è appena accennata. E’ estremamente netta invece la differenza fra bassa e alta classe, con un gap che più che un gap mi è sembrata una voragine spaventosa.

La mia famiglia ospitante era una famiglia estremamente ricca appartenente all’upper class cinese. Due bambini, la madre e la nonna. La madre era l’unica con la patente, ma nonostante questo la famiglia vantava ben sette macchine tra cui una Maserati, una Bentley e una Porsche. Tre autisti personali e una domestica fissa, 24/7. Possedevano un intero piano, comprensivo di due appartamenti, all’ultimo piano di un complesso di palazzi in centro a Pechino, con un’enorme cancellata e militari a circondare l’area per renderla sicura. I bambini, in questo modo, potevano tranquillamente giocare nell’enorme cortile del condominio senza vedere, appena fuori, le baracche di lamiere e cartone in cui vivevano famiglie di operai che stavano costruendo un altro complesso simile, proprio lì vicino.  Ma tutto sommato quei bambini, sporchi di fango nei loro completini di Valentino, non avrebbero comunque capito.

Non è la ricchezza in sé che mi ha colpita: quella c’è anche qua. Quello che mi lasciata senza parole è la sperequazione, lo spreco, la necessità di  spendere soldi in tutti i modi, perché tanto ce ne sono.  Senza contare che, nonostante questo, con me non erano minimamente generosi: nonostante dovessero garantirmi, da contratto, il vitto, se per esempio volevo bere il latte (che loro non bevevano) dovevo pagarmelo da sola. Non che 30 centesimi di latte fossero il problema, ma non capivo quale fosse il punto di tanta attenzione verso il denaro, quando si trattava di spenderlo per un ospite.  Questo aspetto non mi è piaciuto, mi ha fatto addirittura un po’ paura. A cosa servono sette macchine? Come mai questo attaccamento ai soldi accompagnato dallo spreco più assoluto?  Queste domande le lascio a voi, perché io una risposta ancora non l’ho trovata.

Una lingua non così poi complicata.

Durante i miei due mesi di permanenza a Pechino mi sono cimentata nella temutissima lingua cinese. Ricordo, poco prima di partire, di aver ricevuto erroneamente un messaggio vocale dalla mia local coach coordinator e di essere rimasta scioccata da come, effettivamente, non riuscissi a captare neanche una parola familiare. D’altra parte, si sa, il cinese è cinese e, con la nostra lingua, non c’entra assolutamente nulla. Tuttavia, alla fine della mia esperienza, sono tornata in Italia con un rispettabilissimo livello 1 certificato, che sostanzialmente è il livello base. Ho imparato a chiedere indicazione, a dire dove vado; i numeri, i cibi, i membri della famiglia e le forme di cortesia. Certo, non molto, ma comunque qualcosa in un paese dove non puoi contare troppo sull’inglese.

Sono stata sicuramente aiutata dalla mia formazione da linguista e dalla mia passione per le lingue, ma il fatto è che in realtà il Piyin (la forma parlata del cinese mandarino, quella senza caratteri) è tutto sommato semplice: i verbi non si coniugano e i sostantivi si imparano facilmente.  L’unica cosa davvero complicata sono i toni: ce ne sono cinque, tutt’altro che semplici, che si applicano ad ogni sillaba.  Un tono diverso può cambiare il significato di una parola, creando parecchi disagi nella comunicazione.

Ovviamente imparare una lingua bene è sempre difficile, ma se avete scartato il cinese perché vi spaventano i caratteri o la complessità, vi invito a rivedere la vostra decisione: è sicuramente una grande sfida, ma meno spaventosa di quello che sembra!

Testo di Vittoria Calderara

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