Alice nel Paese delle Biciclette: il mio anno all’estero in Olanda

Era esattamente il 20 agosto 2015. Era il giorno in cui lasciavo casa per recarmi a Roma, da dove sarei partita l’indomani alla volta dell’Olanda. Ero solo una diciassettenne con la testa sulle spalle, ma piena di sogni che mi facevano volare. Ero pronta a lanciarmi in un’avventura che non immaginavo affatto facile, ma sicuramente più facile di quello che è stata.

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Mi sono imbarcata sull’aereo con tanta voglia di scoprire un pezzo di mondo e, lo ammetto, anche con un pizzico di paura. Il 22 agosto ero ad Amsterdam. Ho messo piede fuori dall’aereo con l’unica certezza che ad aspettarmi ci sarebbe stata mia sorella ospitante, una ragazza bionda. Beh, “certezza”. Una ragazza bionda in mezzo ad una folla di gente bionda e dalla pelle chiara forse non è proprio una certezza. Insomma, fin dal primo momento ho capito che ci sarebbero state delle sfide ad aspettarmi.

Trovare mia sorella, in fondo, non fu così difficile. In agguato, però, solo una settimana più tardi ci furono le incomprensioni tra me, lei e il resto della famiglia. Paure, incertezze, dubbi. Da un lato c’ero io, spaventata e confusa, che mi sentivo di troppo in una famiglia di sconosciuti. Dall’altro lato c’erano loro, spaventati quanto me e che non erano certi di voler ospitare tutto l’anno. Ed è quando la paura divide e non unisce che ci si rende conto che qualcosa non va. E’ così che, senza sapere cosa sarebbe successo da quel momento in poi, abbiamo deciso che sarebbe stato meglio per entrambe le parti chiedere un cambio. Velden, un paesino a pochi kilometri da Venlo, non era il posto dove avrei passato il mio anno.

Due giorni dopo ero a Weert, a casa di una volontaria presso la quale sarei dovuta rimanere per “pochi giorni” – così come mi era stato detto – che si trasformarono in due settimane. Fu così che passai due settimane bellissime. Ho ricordi davvero meravigliosi di quel mezzo mese passato con lei, suo marito e il loro enorme cane dal pelo bianco e lunghissimo. Mi sentii davvero a casa, cosa che – devo ammetterlo – non mi è più successa in tutto il mio anno all’estero. Cosa significa sentirsi a casa? Credo sia una cosa molto soggettiva, ma per me significava sentirmi parte integrante della famiglia, sentirmi libera di essere la ragazzina-dai-capelli-rosa che ero, avere la sensazione di conoscere quelle persone da sempre, sentire l’affetto nel calore di un abbraccio.

E, come tutte le cose belle, quelle due settimane volarono.

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Mi ritrovai improvvisamente in un’altra regione e in un’altra casa che non era la mia. Ero stata affidata ad una famiglia che aveva ospitato ben quattro volte negli anni precedenti e che, stavolta, non ne aveva molta voglia. Nonostante questo, iniziai ad abituarmi all’Olanda. Cominciai la scuola e imparai ad apprezzare le diversità, ad odiare la pioggia e a correre in bici per non fare ritardo. Ah, le bici. Mi trovavo ad Houten, cittadina eletta “cycling city” nel 2008 che, considerando la media di bici e piste ciclabili in Olanda, significa ce ne fossero davvero molte. Con il tempo imparai ad amare quei fiumi di biciclette che incontravo la mattina alle otto e un quarto, nonostante il freddo e la pioggia fastidiosa di fine ottobre.

Sembrava andare tutto bene, fino a quando, in uno di quei grigi pomeriggi, mi fu comunicato che la mia famiglia ospitante aveva deciso di non ospitare più. Mi ritrovai punto e a capo per l’ennesima volta. Attesi ulteriori notizie dai volontari e qualche giorno dopo ero lì, a fare le valigie, pronta-o-forse-no per trasferirmi di nuovo. Questa volta sarei stata in un paesino vicino ad Houten, in modo da non dover cambiare scuola, presso una famiglia con ben sette gatti. E indovinate cosa avevo scritto tra le preferenze al momento della compilazione del mio profilo? “Preferibilmente una casa senza gatti”, sì, proprio così.

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Ero solo una ragazzina confusa da tutto ciò che le stava capitando e che cercava in tutti i modi di far parte di un mondo che, invece, non le apparteneva. Tanti sforzi e tanto impegno non bastarono a colmare il vuoto di un’ennesima sistemazione in una famiglia ospitante di fortuna, trovata in fretta dall’associazione con cui ero partita. Dopo un mese passato in quella casa sentii dirmi “noi abbiamo capito che non vogliamo più ospitare” per ragioni che mi sono ancora poco chiare. Cercai di capire, mi sentii sbagliata ed in colpa e vidi ogni certezza crollare, come se tutto il mio impegno fosse stato vanificato da poche parole e pochi istanti.

Ricordo giorni di pianti. Ricordo le chiamate ad almeno dieci volontari diversi, la telefonata con mia mamma: “Non so che fare, mi dicono di fare le valigie, ma nessuno mi dice dove andrò”. Ricordo tante cose e sono certa ce ne fossero altre che la mia testa ha deciso di cancellare. Rimasi lì una settimana, senza sapere cosa sarebbe successo giorno dopo giorno: da un momento all’altro avrei potuto ricevere notizie che non arrivarono mai. Una mattina, però, mentre mi preparavo come al solito per andare a scuola, la mia mamma ospitante – chiamarla mamma è un eufemismo – mi disse “oggi a scuola non ci vai, prepara le valigie”. Ulteriori pianti e incertezze che non sto qui nemmeno a raccontare.
Vi racconto solo che il giorno dopo mia mamma – quella vera! – era in Olanda. Era lì a difendere i miei sogni, i sogni della sua bambina, i sogni della sua Alice nel Paese delle Meraviglie. Era lì a cercare una soluzione per far rimanere una ragazzina in un Paese estero senza l’appoggio di nessuna associazione, cosa che in fondo non avevo mai avuto. Bastò andare al Consolato italiano per scoprire che, trovandoci nell’Unione europea, era tutto più semplice del previsto. Certo, scoprimmo anche che dipende dalle scuole se accettare studenti stranieri o meno e la mia vecchia scuola non mi voleva più, come se il fatto che fossi fuori da uno stupido accordo con un’associazione qualsiasi mi rendesse una studentessa meno brava e affidabile. La sfida, a quel punto, era trovare una nuova scuola pronta ad accogliermi. Il resto sarebbe venuto da sé. Dopo quattro giorni di ricerche estenuanti e decine di email inviate a scuole di tutta l’Olanda, il vice rettore di una scuola di Den Haag (L’Aja, in italiano) mi rispose dicendomi di aver vissuto cinque anni a Roma, di essere innamorato dell’Italia e del fatto che fosse felice di avere una studentessa italiana nella propria scuola. La gioia fu enorme e indescrivibile. A quel punto cercare una nuova sistemazione fu quasi un gioco da ragazzi. Da quel momento in poi la mia esperienza prese una piega decisamente diversa e mi immersi finalmente nella cultura olandese, ma questa è un’altra storia. Ve la racconterò.

Testo di Benedetta Di Filippo

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