9910 chilometri per aver paura

Novemilanovecentodieci sono i chilometri percorsi fino ad oggi per raggiungere la felicità. La mia e di nessun altro. 
Sì, perché sei mesi fa ho smesso di rincorrere quella degli altri o quella che questi altri credevano andasse bene per me. 

Sei mesi fa ho imparato a salvarmi da sola e ho deciso che l’unica felicità da rincorrere, l’unica felicità per cui vale la pena avere il fiatone, le gambe stanche e troppe occhiaie è solo e soltanto la mia. 

La mia felicità l’ho inseguita perlopiù in treno e non so quante ore ci siano volute di preciso.

Non le ho contate.

E non le conterò.

Queste ore le ho vissute divorando libri, scattando foto fuori dal finestrino, osservando le vite degli altri e immaginando le motivazioni dei loro spostamenti. 

Non le ho riempite. Le ho vissute, attimo per attimo.

Ho sempre sorriso tanto, forse troppo, chiedendomi se potesse essere chiaro agli occhi degli altri che io stessi andando incontro alla felicità. La mia.

E l’ho sempre raggiunta, al termine di ogni corsa. 

È nelle strade percorse per la prima volta senza navigatore.

Sceglierne accuratamente una senza sapere dove porti affidandosi soltanto al proprio istinto.

Accuratamente, perché nulla è dato al caso così come nulla è programmato in anticipo.

È in un raggio di sole a Milano con il meteo che prevedeva pioggia.

In Piazza Duomo deserta alle 3 di notte dopo il temporale.

Nel freddo tagliente sul lungomare di Rimini.

Sotto l’ombrello (quello comprato per strada quando ero già tutta zuppa) e la pioggia incessante lungo i Navigli.

È in una notte stellata col rumore del mare in sottofondo. 

In una giornata ricca di colori a Bologna.

In una foto mossa scattata a dei turisti sotto San Petronio.

In una manciata di cioccolato fondente mangiato in un qualunque bar di Ancona.

È lasciarsi guidare dalle proprie sensazioni e non da TripAdvisor.

Nel mangiare sushi e ordinare sempre più di quanto possa entrarne nello stomaco, ma poi finire tutto comunque.

Nelle notti trascorse con gli occhi stanchi e pieni di sonno ma novemilanovecentodieci motivi per non crollare.

In una tequila, sale e sorrisi.

Nel non sapere dove sono, che ore sono e quanto tempo ci vuole per tornare indietro. 

Indietro, e non a casa. Perché io sono a casa ovunque mi senta viva.

Sei mesi fa ho letto una frase: 

“La troverai la via, se solo prima avrai il coraggio di perderti” (T. Terzani).

E allora la felicità è aver paura di perdersi. Perdersi per ritrovarsi.

Novemilanovecentodieci chilometri.

Per ora.

Io, sopravvissuta alla paura.

Per un sorriso.

Rebecca

Facebook

Un commento Aggiungi il tuo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...