Non c’è niente di definitivo negli abbandoni

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Mi sono svegliata di colpo nel bel mezzo della notte. Ho fatto un incubo, o forse un sogno. Ho spalancato gli occhi per averne in testa solo altri due. E una frase.

“Non c’è niente di definitivo negli abbandoni.”

Ho preso il telefono da sotto il cuscino e l’ho salvata nelle note. Sono tornata a dormire. Oggi però, quando mi sono svegliata,  mi sono ricordata proprio di quella nota e, rileggendola, ho avuto modo di riflettere sugli abbandoni.

Avendo viaggiato molto, ho dovuto abbandonare tante cose, lasciarmi molte vite alle spalle per crearmene di nuove ogni volta.

Ho abbandonato l’Irlanda a diciott’anni con gli occhi pieni di lacrime all’aeroporto di Dublino dopo l’estate più bella della mia vita. Un volo in ritardo e la promessa di rivedersi, guardando fuori dal finestrino durante un volo al tramonto con le nuvole che diventano rosse e i ricordi che restano vividi.

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Ho abbandonato la Spagna a vent’anni dopo aver capito che le cose belle sono quelle semplici, come una birra in spiaggia con gli amici e un tatuaggio improvvisato.

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Mentre spegnevo ventidue candeline ricordavo l’anno trascorso tra Regno Unito e Portogallo, a imparare a riconoscere la ricchezza di un percorso insolito come il mio. Ho abbandonato Londra con gli occhi in lacrime e mi sono sentita a pezzi come quando mi sono lasciata alle spalle all’Irlanda. Abbandonavo così le mie abitudini, la spesa da Sainsbury’s, i brunch a Shoreditch, le cene a Brixton e il Tamigi che è sempre stato lì, testimone della mia esperienza londinese.

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A ventitré anni invece chiudevo il mio capitolo olandese e i miei tre mesi di indipendenza, la mia fuga inaspettata. L’Olanda è stata improvvisa come un terremoto e da quel giorno nulla è stato più lo stesso.

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Pochi giorni dopo aver compiuto ventiquattro anni, ho salutato Berlino per l’ultima volta dopo essere arrivata al punto di chiamarla casa. Ho abbandonato il mio appartamento, i miei amici e le mie abitudini e sono tornata in Italia.

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Ad ogni abbandono mi sono sentita andare in pezzi. Col trascorrere del tempo, maturavo la convinzione che stavo solo perdendo. Perdevo ogni volta una persona, un luogo, un’abitudine che mi facesse sentire a casa. 

E ho finito per sentirmi a casa ovunque proprio perché non c’è niente di definitivo negli abbandoni, ti porti sempre dietro qualcosa. Io mi sono portata dietro la pioggia inglese, quella irlandese, la spiaggia catalana, i canali di Amsterdam e anche la neve di Berlino. Ho portato con me ogni persona che ha fatto parte di questo strano viaggio che mi ha riportato dove ogni storia inizia, a Roma. E mentre il mio bagaglio si faceva più leggero, il peso di quello che avevo vissuto si faceva sempre più pesante. Non è stato facile avere a che fare con questi abbandoni, abituarsi a dire addio in aeroporto, ma anche su un marciapiede di Milano di fronte ad un’agenzia viaggi.

E così mi sveglio nel cuore della notte senza ricordami che cosa avessi sognato, ma sapendo che in qualche modo è correlato ad un pezzo della mia storia.

Non c’è niente di definitivo negli abbandoni.

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Erica Isotta Surace

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