Myanmar: la scoperta dell’Asia e della vera me 

Seduta in un confortevole treno svizzero diretto a Ginevra, mentre guardo montagne innevate e mucche sonnecchianti, finalmente, decido di aprire il computer e scrivere. Sono mesi che mi ripropongo di farlo, di mettere sulla carta le emozioni e i pensieri che il Myanmar mi ha regalato, ma ogni volta c’è un impegno, trovo una scusa. Sono notti che prima di addormentarmi chiudo gli occhi e penso alle parole che vorrei scrivere, a quello che vorrei raccontare e in un attimo i ricordi prendono il sopravvento, regalandomi sorrisi stupidi o lacrime silenziose.Tutto è cominciato proprio a Ginevra lo scorso maggio, dove mi trovo ora per un’esperienza di scambio e dove pensavo avrei trascorso i miei prossimi anni. A quanto pare, la vita aveva in serbo altri programmi per me.

Grazie a dei miei compagni ero venuta a conoscenza di un bando dell’Università per dei tirocini presso alcune ambasciate italiane nel mondo. Fra le varie c’era, appunto, quella a Yangon. Da sempre ero stata affascinata da quel paese così lontano e chiuso al mondo occidentale e alla globalizzazione. La vera Asia, quella descritta nei libri di Terzani, autentica e pura, doveva essere lì. Non mi sono lasciata scappare l’occasione: a pochi minuti dalla chiusura del bando, ho inviato lettera motivazione e cv, con la segreta consapevolezza che, figurati!, non mi avrebbero mai preso. Invece dopo poco tempo il cellulare è squillato e, quello che era sempre stato un sogno, è diventato realtà.

Ammetto che, nei giorni dopo la conferma, è stata la paura a farla da padrona. L’anno precedente, infatti, avevo vissuto l’esperienza più terrificante e difficile della mia vita. In India, sempre per un’internship, mi ero ammalata di Dengue, un virus tropicale che compisce circa 400 milioni di persone ogni anno e che causa febbre alta, dolori articolari e in alcuni casi si sviluppa in una pericolosa forma emorragica. Senza entrare in particolari che vorrei cercare di dimenticare, ho davvero avuto paura di morire. Faccio fatica, ancora adesso, a dar voce all’angoscia che ho vissuto dolorante in un ospedale indiano. Di ritorno in Italia, avevo quindi promesso a me stessa e ai miei genitori (da sempre vittime dei miei viaggi in posti disparati) che mi sarei fermata e che, dopo anni di viaggi, non sarei più partita per l’estate. Quell’esperienza mi aveva segnata.

Ma la Birmania chiamava e l’irrequietezza del viaggio ha avuto la meglio! Sono partita sulla difensiva, pronta al peggio: pensavo sarebbero stati 3 mesi belli ma poi suvvia, sarei tornata alla mia realtà e ad aspettarmi c’era Ginevra, un futuro da costruire in qualche NGO o agenzia UN..c’era la normalità. Fin da subito, mi sono resa conto che non sarebbero mai potuti essere “solo 3 mesi”.

Mi rendo conto ora che sono già a circa 500 parole e ho raccontato solo il “prima”, quando avrei voluto invece parlare di Yangon. Ma l’impresa è più ardua del previsto e non è facile trasformare in parole il turbinio di pensieri che mi frulla in testa in questo momento. Eviterò di descrivere il Myanmar in stile guida di viaggio perché finirei per fare la figura della promotrice dell’ente turismo birmano (accusa che mi è stata mossa da più persone negli ultimi mesi!) e perché potete benissimo googlare “Myanmar” e lasciarvi incantare delle foto di volti sorridenti coperti di Thanaka. Vi state chiedendo cosa sia? Bene, è proprio così che inizia l’amore per un paese nuovo!


Voglio invece raccontare della più grande scoperta che ho fatto proprio a Yangon: ME. So che sembra il classico clichè del “viaggio in Asia per ritrovare sé stessi.” Se non fossi proprio io a scrivere queste parole, le leggerei con grande scetticismo misto a superiorità. Ma la verità è proprio questa. In un periodo in cui pensavo di aver programmato tutto e di aver una chiara idea di cosa volevo dalla vita, ho scoperto una me diversa da quanto programmato, la vera me stessa.

Ho sentito fluire un’energia nuova che mi spingeva a voler comprendere fino in fondo la cultura birmana.


Ho ritrovato la voglia di mettermi in gioco, di voler scoprire il mondo e di uscire dalla mia confort zone.

Ho scovato una fiducia in me stessa completamente sconosciuta e la consapevolezza che, nonostante i miei fallimenti, ero in grado di superare le difficoltà.

Ho avuto la conferma della mia capacità di adattamento che temevo di aver perso dopo la terribile esperienza indiana.  


Ho conosciuto una piacevole leggerezza che mi portava a sorridere e ridere anche delle difficoltà della vita quotidiana a Yangon.

Ma, più di ogni altra cosa, ho scoperto una Greta entusiasta! Della vita, delle persone e del futuro. Un entusiasmo che avevo perso fra studio, esami e mille impegni. Un entusiasmo che mi ha fatta sentire viva, vera.

Per evitare che il ritorno a casa spegnesse quella scintilla che si era accesa in me, ho deciso, in un giorno di terremoto sia reale (magnitudo 6.8) che interiore, di incidere le parole “persona entusiasta” sulla pelle, con finissimi caratteri birmani. Perché, se dopo aver vissuto certe emozioni è impossibile tornare indietro, non è invece sempre facile andare avanti e allora serve un monito, un segno che quello che è stato è dentro di noi, sempre lì, nonostante tutto.

Ho vissuto queste emozioni grazie a momenti, persone e incontri speciali. Il Myanmar è stato camminare, da sola, un pomeriggio intero sul ponte in teak più lungo al mondo (U Bein) facendo amicizia con persone del posto locali, turisti e chiunque sorridesse.

È stato un tramonto rosso, rosa e blu sopra i templi di Bagan, le serate al 7th Joint a ballare, scatenata, musica latino americana, i pomeriggi in ambasciata a cercare di scrivere in italiano decente.

Sono state le amicizie con i taxisti e ballare Blue degli Eiffel 65 bloccati nel traffico.

Il Myanmar è stato un ballo di tango, un compleanno vista Shwedagon Pagoda e un biglietto per la Cambogia che poi è diventato per Bangkok.

Sono stati i “miei” saluti alla città quando, tornando a casa la notte, mettevo la testa fuori dal finestrino per sentire l’aria sulla faccia e respirare la vita.

Il Myanmar sono tutte le persone, fantastiche o meno, che ho incontrato e che mi hanno regalato, ognuna a modo proprio, un sorriso.

E quelle che dovevano essere “solo 3 mesi” sono diventati vita e forse il futuro. Ancora una volta, ancora da Ginevra spedisco curricula con la speranza di poter, stavolta tornare, nella Golden Land, la terra delle mille pagode. Ho sempre guardato con dubbio e scherno le persone che, incontrate durante i vari viaggi, si dicevano innamorati persi per un paese e desiderosi di stabilirsi lì nel lungo periodo. Non pensavo potesse succedermi, troppo smaniosa di vedere altro e andare. Invece è successo e, anche senza nessuna certezza sul ritorno, sono grata sia accaduto. Il Myanmar è stato una virgola nella mia vita e, pur non sapendo quanto durerà questa pausa, sono felice di essermi fermata.

Testo di

Greta Mancassola

 

Un commento Aggiungi il tuo

  1. mauri53 ha detto:

    Abbiamo in comune una terrificante esperienza lavorativa in India(anche se non mi sono ammalato) e un amore per l’asia . Ho vissuto circa un anno e mezzo in Thailandia con varie escursioni in Birmania (mi piace chiamarlo così) , in Cambogia e in Vietnam e mi è rimasta nel cuore anche se poi ci sono state altre esperienze significative in altre parti del mondo

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...