Stage in Irlanda al Museum of Contemporary Art: ecco l’esperienza di Maria

Mi chiamo Maria, sono sarda ma vivo a Bologna da 2 anni. Adoro le bolle di sapone, tutti gli sport dove si rischia di farsi malissimo (ho giocato a pallanuoto per 8 anni), l’odore della pioggia, la neve (anche se Pippo è più bravo di me a sciare), fare dolci (mi realizza proprio a livello personale), le biciclette e il mio cane-lontra Kira.

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 In che paese hai fatto lo stage?

Sono stata in Irlanda da Gennaio a Maggio 2014 per l’Erasmus Placement, che ora si chiama Erasmus +, più precisamente a Dublino. Ho lavorato come stagista all’Irish Museum Of Contemporary Art.

Quali sono le paure che avevi prima di partire?

Prima di partire ero davvero molto entusiasta, quando ho iniziato a fare le valigie ho realizzato che stava davvero succedendo a me. Era la prima volta che andavo a vivere da sola lontano da casa e la cosa mi elettrizzava! Finché, il giorno prima di partire, ho avuto un mal di stomaco nervoso assurdo quando sono arrivati tutti i dubbi che avrei dovuto farmi prima evidentemente: E se succede qualcosa? Se mi sento male? Se ho un problema? Se non mi trovo bene? E se non faccio amicizia? Potrei morire, io parlo anche con le pietre, se non trovo persone mi deprimo sicuro. Basta non vado più. Poi è arrivata l’ora di uscire di casa, sono arrivata al gate e ho guardato il mio biglietto. Improvvisamente mi sono dimenticata di tutto ed è tornato l’entusiasmo. Avevo persino voglia di salire sull’aereo (allora avevo ancora una paura assurda, del tipo che il mio cervello immaginava scenari apocalittici una volta messo piede nella “scatoletta di metallo volante”)

Quando sono atterrata la prima cosa che ho sentito è stata l’odore della pioggia. Ero a casa.

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Qual è stato il primo impatto con il mondo lavorativo irlandese?

Il mio primo giorno è stato bellissimo. Mi ero trasferita lì un paio di giorni prima di iniziare e mi avevano sistemata in casa con la mia manager Amy e l’altra stagista Lucie, una ragazza francese a dir poco adorabile con cui ho passato le mie giornate lavorative. Vivevamo tutte insieme in una casa costruita all’interno della galleria “secondaria”, alla quale si accedeva tramite una porta nascosta dietro un grandissimo quadro.

Si. Vivevo in una casetta nascosta. E’ stato un momento a dir poco epico. Il primo giorno ho conosciuto il mio capo e Stephen, una specie di Bob l’aggiustatutto che quando c’era un problema arrivava con la cintura degli attrezzi e magicamente risolveva tutto. Abbiamo fatto il giro della galleria principale, i Moxie Studios, Amy mi ha spiegato cosa avrei dovuto fare con Lucie e abbiamo pranzato con burritos e birra nel cortile.

Di che cosa ti occupavi?

Le mie mansioni come stagista erano tante: reception, customer relations, social media, ma anche management delle gallerie. Questo vuol dire riordinare tutto dopo le mostre, ridipingere un numero di muri più alto di quanto si immagini, togliere chiodi e stuccare pareti ecc. A me personalmente piaceva tantissimo, ho sempre adorato fare lavoretti pratici e devo dire che ho imparato un sacco di cose utili! Ora monto mensole, stucco pareti e dipingo a occhi chiusi.

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Ti va di raccontarci un aneddoto indimenticabile riguardo alla tua esperienza?

Un giorno stavo per uscire per andare a lavoro, quando Amy (la mia manager) mi dice che il mio capo (una donnona enorme che si chiama Kay) aveva dimenticato il caricabatterie e dovevo portarglielo. Andando a lavoro mi sono fermata in un supermercato a prendere un tramezzino e, siccome sono intollerante a 200 cose, ci ho messo 10 minuti buoni. Sono arrivata 5 minuti d’orologio in ritardo e Kay mi ha accolto nella reception della galleria con un “DOVE DIAVOLO ERI???” Sbianco (vi ho detto che il suo soprannome è Bear?) e cerco di spiegarle che Amy non mi aveva detto che era urgente, ma lei non mi ascolta e mi urla di tutto. Non so con quale forza interiore a un certo punto mi arrabbio e la interrompo iniziando a parlare in italiano a voce più alta, per poi passare all’inglese per farle capire che mi era stata data un’istruzione sbagliata e che le avevo fatto un favore a portarle l’amato caricabatterie. Finisco di parlare, mi accorgo di essere viola dall’imbarazzo ma cerco di non farglielo notare, lei ammutolisce e se ne va dopo aver preso il cavetto.

Non mi ha parlato per 3 giorni. Dopo ha iniziato a trattarmi con rispetto, con gli altri sbottava e ha persino cheisto alla povera Lucie di pulire i bagni. A me chiedeva le cose per favore e diceva grazie.

Mai nella mia vita ci fu soddisfazione più grande di quella.

Quali sono state le principali difficoltà nel trasferirsi? Hai qualche consiglio su come superarle?

La mia prima difficoltà è stata il freddo. La mia casetta meravigliosa non aveva il riscaldamento, quindi sostanzialmente indossavo mezzo armadio ogni volta che stavo a casa. Questa cosa mi è servita perché ora non devo più andare in giro con seicento strati di vestiti, ma diciamo che se l’avessi saputo avrei preso qualche maglietta tecnica, di quelle che si prendono per andare a sciare per intenderci. Per il resto no, l’importante è tenere a mente le normali regole di base della convivenza e sapere che ci sono cose che non saranno uguali a quelle di casa nostra. Ma il bello è anche quello, se fosse tutto come a casa non avrebbe senso andarsene giusto?

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È stato difficile integrarsi e fare amicizia?

Non avendo partecipato all’erasmus studio è stato leggermente più difficile formare un gruppo di persone con cui uscire. Io ero “da sola” a lavorare nella galleria, non avevo una classe di 200 persone con cui potevo parlare durante l’intervallo. Devo dire che per le prime 2 settimane questa è stata l’unica difficoltà che ho incontrato (a parte guidare dalla parte sbagliata, ho preso una bicicletta tipo il secondo giorno lì prima di ricordarmelo!).

Ma devo dire che è stato anche meglio, ho davvero vissuto la città e l’esperienza al 100%. Ero io e dovevo farcela. O mi svegliavo e uscivo dalla mia comfort-zone o rimanevo da sola. Questo è il motivo principale per cui consiglio questo tipo di avventura, ti da qualcosa in più!

Perché hai scelto di partire per uno stage all’estero?

Perché avevo già fatto domanda per l’erasmus studio, ero stata accettata, ma avevo dovuto rinunciare alla borsa perché solo dopo mi hanno detto che i miei esami non erano compatibili col piano di studi dell’università dove sarei andata. Non avevo intenzione di ripetere lo stesso errore l’anno seguente, anche perché ero al terzo anno e avevo finito gli esami. Volevo fare qualcosa in più prima di laurearmi, avere un’esperienza diversa.

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Hai un consiglio per chi sta decidendo se intraprendere questa esperienza?

Solo una parola. Fallo. Non farti fermare dalle paure e dai dubbi, fai la valigia e Sali su quell’aereo.

 Ci diresti un motivo per cui avere un’esperienza lavorativa in Irlanda?

L’Irlanda e in particolar modo Dublino è un posto ottimo dove lavorare. Ci sono la sede di Google, LinkedIn, Ryanair, IBM, Facebook, Siemens, Yahoo! e tante altre. Come città è perfetta, non troppo grande quindi niente caos in stile Londra per intenderci, biciclettabile senza problemi (true story) ma neanche troppo piccola, c’è sempre qualcosa di nuovo da fare. E se, come me, adorate l’arte contemporanea e i graffiti è il vostro piccolo angolo di paradiso.

Lo rifaresti?

Non richiedermelo perché sto già comprando il biglietto.

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