147586 chilometri percorsi

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147586.

È ciò che segna il conta chilometri della mia Ford Fiesta del 2000, non avrei mai detto che avrebbe resistito fino al 2016. A dire il vero, non saprei raccontare la storia di ogni chilometro, prima di essere la mia macchina è stata quella di mio nonno e i suoi tragitti, come la maggior parte dei miei, erano ordinari, ripetuti fino alla nausea.

Ma di tanto in tanto, ho investito un centinaio di questi chilometri per qualcosa, o meglio qualcuno, che volevo raggiungere davvero. È successo Venerdì, quasi per sbaglio, indubbiamente per caso. Lei era lei, la mia prima lei, io avevo 13 anni appena, un bambino con un accenno di baffi che poco ne sapeva di come funzionasse il mondo e che aveva visto quegli occhi cosi simili a ciò che adorava immaginare.

Ore 13.00

Dovevamo vederci a Milano, parcheggio di Famagosta, metropolitana, fermata Duomo.

Non ero nemmeno in ansia, il che è strano per uno come me, che solitamente non mangia per paura di vomitare quando si sta preparando per un “appuntamento”. Forse perché non aveva i contorni dell’appuntamento, quel messaggio mi aveva dato più l’idea di una cartolina dal passato, qualcosa di inverosimile, inviata 7/8 anni prima e mai ricevuta per qualche disguido postale, maledette poste.

Mi arriva un messaggio, non riesce a venire a Milano.

“Va bene, non preoccuparti, ci vedremo un’altra volta.” avrei dovuto scrivere.

“Mandami la tua posizione, arrivo.” ho scritto.

Mangio un boccone, saluto il cane, scendo in cortile, apro la portiera e giro la chiave.

Ed è iniziato quello che non faccio fatica a reputare il viaggio più lungo della mia vita, nonostante abbia fatto Milano-Otranto in macchina giusto quest’estate, nonostante il navigatore mi dicesse che erano solo 60 minuti di strada. Bugiardo.

Ricorderò ogni canzone ascoltata nel tragitto, ogni camion superato sulla tangenziale, ogni volta che la voce del navigatore mi dava sui nervi, almeno fino al prossimo viaggio.

Ore 15.00

Spengo la macchina, che sembra ringraziarmi.

Ero arrivato a casa sua, niente intoppi, niente ritardi, ero puntuale come al solito.

ECCO L’ANSIA.

Il citofono del suo condominio ha un suono davvero irritante. E ovviamente ho dovuto suonare un paio di volte prima che mi rispondesse.

“2 minuti e scendo Simo!”

Sembrava felice. Non avevo idea di che voce avesse prima di quella risposta. Come non sapevo chi avrei trovato davanti, era alta o bassa? Era grassa o magra? Era ancora mora o si era tinta i capelli? Gli occhi erano ancora quelli o si erano spenti?

Poi il portone del condominio si è aperto.

E lei era lei. Cresciuta, si, ma potevi vedere ancora la 12enne dagli occhi grandi.

Avrei voluto dirle tutto ciò che ho pensato in questi ultimi anni, tutto ciò che Facebook non era riuscito a farmi dire tra un “ciao” e un “come va” buttato li ogni annetto insieme agli auguri di Natale.

Invece ho detto: “sei più bassa di quanto ricordassi”. No-sense totale, bravo Simo. Ma lei ha riso, anche stavolta abbiamo schivato il proiettile dell’imbarazzo.

Ore 18.15

La Fiesta si accende di nuovo. Menomale.

Forse tornerò.

Forse passeranno altri 8 anni prima che riesca a ricevere un’altra cartolina dal passato.

Ma risponderò, la Fiesta sarà li, e tutto il mondo si fermerà per qualche ora, annullando la distanza che il tempo crea tra di noi.

147586.

Per ora.

Testo di

Simone Calvi

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