Un viaggio quasi insignificante

Avrei tanto voluto scrivere una storia d’amore, una di quelle strappa lacrime. Ma non c’è nulla che faccia piangere dell’amore per quelli come me che lo vivono con inviolabile razionalità.

E così…

È un tristissimo Martedì pomeriggio, che puzza ancora di Lunedì, che si porta dietro la sua carcassa; un po’ come il pesantissimo zaino che mi porto sulle spalle arrancando da questa mattina. Come ogni stramaledetto giorno della mia vita sono su di uno stramaledetto treno, in attesa della sua partenza.

Direzione: casa.

Finalmente. Ho ricominciato ormai da un mese le lezioni in università; mi piace SettembrePorta con sé voglia di fare, novità, cariche positive… In 23 anni, Settembre mi ha sempre regalato qualcosa e l’anno dopo, se l’è sempre ripreso.

In effetti, di Settembre, mi piace il fatto che finisca.

Non è stata una giornata pesante, anzi: quattro ore di lezione, due chiacchiere, una sigaretta in compagnia e l’equazione della giornata ideale è risolta! La giornata è volata e non mi è successo nulla di interessante da raccontare questa sera a cena, nulla che potesse permettermi di trovare la sua “x”.

Che amarezza i giorni che non regalano nulla.

E così…

Sono su questo treno, il Milano-Mortara che ha visto in questi anni la crescita intellettuale e spirituale della gran testa di cazzo che sono diventata. Sono qui a rimuginare: sul mio sedere sudato, praticamente incollato al sedile (mi sono dimenticata di dire che, di Settembre, mi piace la coerenza con cui, la mattina alle 6.30 ti fa uscire con il poncho di lana e ti fa tornare alla sera con la collana di fiori hawaiana ed i cocchi a mo’ di reggiseno, cavalcando l’onda del caldo atroce), sul fatto che fra sei mesi ho una laurea in mano (e poi?), su tutto quello che non va e che aumenta le sue dimensioni in giornate inutili come questa.

Il treno parte, non si è ancora arrestato per la prima fermata ed io mi sto già innervosendo per quello che verrà dopo: scendere, camminare, sudare nuovamente e sperare con tutte le mie forze di non incontrare visi conosciuti per poi far finta di essere felice di chiacchierare con loro.

Non vedo l’ora di infilarmi sotto le coperte ad odiare il mondo in santa pace.

Aaah, la misantropia!

Poi… poi lo vedo.

Un uomo altissimo, spalle imponenti, i lineamenti duri solo di chi, una vita facile, di sicuro non l’ha avuta. O almeno così mi piace pensare. È slavo, lo capisco dal suo accento, durante una brevissima telefonata. È proprio di fronte a me, in piedi; lo sguardo impenetrabile. I vestiti sporchi di lavoro, proprio come le sue mani. Fa quasi paura. Dietro di lui una donna che frigge per scendere alla propria fermata: l’uomo si scosta e le apre la porta, lei scende e non ringrazia, come va di moda ora, insomma. Mi sembra tanto di essere in uno dei miei film preferiti, “Ti va di ballare?” con Antonio Banderas e quel gesto, ripetuto nella realtà, mi fa venire una fitta allo stomaco: che eleganza!

La scena si ripete per due fermate, con tutte le donne che devono scendere, anche con me: mi apre la porta.

Vorrei abbracciarlo, vorrei dirgli tutti i “grazie” che non si è sentito dire dalle altre  donne che, semplicemente, l’hanno ignorato. Mi limito a dirgliene uno solo: “Grazie”, e cerco di sfoggiare il mio sorriso migliore misto gratitudine.

Chissà se gli è arrivata dritta al cuore.

Odio il mio stupirmi per cose così piccole, ma io sono fatta così; sono fatta di tante piccole cose che, sommate, formano la teoria dei “generatori dell’universo”, secondo cui “generiamo un universo ogni qualvolta prendiamo una decisione”.

E così..

Ho deciso di avere un’opinione ANCHE riguardo all’amore.

Che palle questa storia che la vita si impara lungo i viaggi, e che palle la solita frase “l’amore ha a che vedere con l’aspettare”! Cazzate!

L’amore ha a che fare con l’aprire le porte, anche quelle di un treno.

E no, non l’ho imparato durante un viaggio mistico in giro per il mondo. L’ho imparato durante un ordinarissimo viaggio di soli 24 minuti per tornare a casa. Questa sera, in realtà, avrei qualcosa di davvero interessante da raccontare a cena, ma credo proprio lo terrò per me.

Testo di

Vittoria Scotti

Leggi l’articolo “Senza Destinazione” di Vittoria qui

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