Quindici ottobre: il ritorno

La scrittura è un processo di catarsi e metamorfosi, due parole che mi sono rimaste nel cuore da quando mi sedevo in seconda fila ai banchi del liceo. La prima fila, no, la evitavo come la peste. L’ultimo banco era anche interessante, ma ero troppo cieca per leggere il greco alla lavagna. Così mi sono sempre seduta in seconda fila, il posto che ti permette di esserci, ma anche di eclissarti. Ecco, anche eclissi è una bella parola. Come la luna che si eclissa dietro il Sole e la Terra, come quando ti nascondi dietro ai problemi, ma sai già che si sta oscurando tutto e la luce è più cupa, ma anche più devastante. I problemi esistono nel momento in cui li avvertiamo come tali, non c’è nulla che regga. Passiamo giornate intere ad ignorare la vocina che da dentro dice che c’è qualcosa che non va, ma non la ascoltiamo. Pinocchio acciacca il grillo parlante, perché non posso farlo io?

Tu dicevi che avevo la capacità di incollare una persona allo schermo con le mie parole e che so catturare i dettagli. E sia chiaro, sono convinta che i dettagli facciano la differenza.

Spesso non ci rendiamo conto che restiamo attaccati a brandelli di rapporti perché non vogliamo arrenderci che l’amore (an)dato è stato frantumato – come quando cade un bicchiere a terra e fragile, si decompone in mille schegge taglienti -, e accartocciato, producendo quel rumore fastidioso derivante dalla pressione esercitata dai palmi delle mani su un pezzo di carta strappato via da un’agenda. Non serve più, lo si butta nel cestino.

Quando penso alla desinenza della prima persona plurale del presente indicativo, mi fossilizzo sempre sul –amo. Andiamo, mangiamo, beviamo, cantiamo, amiamo. E poi si chiama prima persona plurale: come a dire ci sono io, la prima persona, ma sono plurale perché ci sei tu. Mi amo e per questo ti amo. Ci completi-amo. Dita intrecciate in una presa salda, forse.

Quando torni? Me lo chiedevi sempre. Per questo prendevo treni a orari improponibili, sopportavo, stanca morta dopo infinite giornate, le ore chiusa in un treno a duecento all’ora direzione Roma. Quando torni? mi chiedevi la sera prima di ogni partenza, sveglia alle 4.30 della notte per arrivare in orario a Milano la mattina seguente. Non capivi mai i miei sacrifici, le corse incessanti, la difficoltà di tenere due vite parallele, quella intensa a Milano e quella con te a seicento chilometri di distanza. Parallele, ma paradossalmente impossibili da tenere separate. Un trolley sempre pronto per amarti.

Quando torni? Me lo chiedevi quando salivo sopra al primo aereo disponibile e cercavo aria fresca altrove. Partivo perchè ero convinta di ritrovarti al ritorno. I tuoi occhi tra l’azzurro e il verde sono stati il mio porto sicuro molte volte e quando mi guardavi con gli occhi liquidi di amore, ogni millimetro del mio corpo vibrava. Sai quando pizzichi la corda della chitarra e continua poi a vibrare per un millesimo di secondo? Mi sentivo così: vibrazioni d’amore. Ah ma no, tu sai suonare la tastiera e non la chitarra.

Sono gli stessi occhi che mi hanno mentito tuffandosi nei miei, gli stessi che mi hanno guardata quando allo svincolo dell’autostrada direzione casa, il quindici ottobre, mi hai abbandonata perchè io ero una ragazza troppo impegnat(iv)a, distante chilometri, con una famiglia da amare e per cui essere il pezzo giusto del puzzle ogni volta che le cose non vanno.

E’ stato come sentire le corde della chitarra vibrare rumorosamente tutte insieme e poi il silenzio assordante, il vuoto che attanaglia la mente e lo stomaco. La chitarra sopra al camino di casa ha una corda rotta. Spezzata. Da sostituire. Ho sbattuto la portiera della macchina dicendo Torna da lei, ora. Ho pianto da sola al concerto per cui avevi acquistato i biglietti come regalo per il mio compleanno. Erano per lei.  Così ho fatto la follia di affrontare il mio dolore, ricomprandoli. Sai, i problemi si affrontano e il grillo parlante esiste.

I nodi vengono al pettine e io odio i capelli incastrati nella spazzola. La sporcizia che contamina la purezza non mi piace. Quando torni, Sara? Me lo sono chiesto spesso in questo anno. Ora sono semplicemente tornata.

Testo e foto di

Sara Pacioselli

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