L’unica cosa che cambia è il domicilio

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L’armadio è vuoto. Non credevo ci volesse così poco per svuotarlo.

Le mie valigie sono piene. Non credevo si potesse chiudere un anno della propria vita in qualche zip. Invece è possibile.

Mi sento di nuovo diciottenne in partenza dall’Irlanda, dopo il mio primo lungo periodo all’estero. Erano stati tre mesi incredibili, tre mesi di felicità palpabile.

Invece di anni ne ho 24 e l’ultimo anno non è stato felice. È stato intenso. Ci sono stati sette appartamenti e alcune convivenze improvvisate. Ci sono state notti incredibili, ma soprattutto ci sono state albe che ho visto mentre tornavo a casa, da sola, e albe che ho visto con qualcuno.

E queste ultime hanno fatto la differenza.

Ogni volta che tornavo a casa il mio armadio era pieno, con i maglioni piegati per il verso giusto e i vestiti appesi, con le grucce che come marionette li riempivano per far loro vita.

La mia ultima notte a Berlino la immaginavo diversa. Invece sono qui da sola. Ho riempito tutti gli scatoloni e mi sono sentita svuotare pezzo dopo pezzo. Ho trovato il maglione che ho indossato al nostro primo appuntamento e ho trovato una tua maglietta che ho fatto fatica a chiudere in valigia. Perché certe cose non si riescono a chiudere. Certe porte restano sempre socchiuse, mezze aperte, come se ci fosse qualcuno a metterci un piede affinché non si chiudano, affinché non ci sconfiggano. E così periamo di frasi non dette, di porte socchiuse.

Qualcuno sicuramente più famoso di me ha detto che si nasce soli e si muore soli. Berlino è stata tutto per me, tutto questo. (Ri)nascita e adesso morte, ma soprattutto è stata vita nel mentre. Non mi sono mai sentita così viva come in quest’anno. Questi mesi non andranno dimenticati, saranno lasciati ai posteri. Tra sessant’anni racconterò del mio anno a Berlino, dei miei cinquanta voli presi e della mia vita tanto plausibile quanto assurda, tanto ordinaria quanto unica. Ed è proprio per tutta questa vita che stasera una parte di me muore.

E mi ritrovo soffocata nei miei trentacinque metri quadrati di libertà, in una casa svuotata, proprio come me. Anno dopo anno, sono sempre io. Più tutto cambia, più mi ritrovo. E mi ritrovo ogni volta ad un domicilio diverso con le stesse lacrime agli occhi. Mi scontro con tutte le vite che costruisco e che mi tocca distruggere. Mi trovo mentre mi perdo, un pezzetto alla volta.

Nell’armadio solo il cappotto e la sciarpa perché è ora di andare.

È sempre ora di andare.

Erica Isotta Surace

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