Noi, Generazione Erasmus

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Avevo 19 anni quando ho lasciato il mio piccolo paese del Sud Italia nel Salento per trasferirmi all’Università di Padova. 19 anni e tanto coraggio a lasciare il nido del piccolo paese per una nuova realtà tanto lontana da casa. Nuove amicizie, una casa senza genitori, nuovo contesto sociale…nuova vita. La fine del liceo e l’inizio dell’Università è un momento che spinge tanti ragazzi a lasciare la propria casa per trasferirsi in un’altra città e cercare di “diventare grandi”, di costruirsi la propria vita. Si frequentano i primi corsi, si conoscono compagni di ogni parte di Italia, si scherza sui vari dialetti e modi di dire, la classica sfida polentone vs terrone, i primi esami…e poi quel cartello “Erasmus: incontro informativo”. Mi si illuminarono gli occhi e ancora non sapevo il favoloso mondo che quella parola potesse contenere. Conoscevo l’Erasmus perché c’era stato un amico e l’amico di un amico che non smetteva mai di parlarne, perché i prof ci dicevano di partire per l’Erasmus, perché c’era sempre qualcuno a parlarne come di un’esperienza unica. Partecipai alla riunione e da quel giorno la mia vita cambiò. Era il 2012 e Budapest è stata la mia meta. Sei mesi nella capitale Ungherese, sei mesi che mi hanno aperto al mondo e in cui ho contratto la sindrome di Wanderlust.

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Le difficoltà iniziali sono scontate, abituarsi a una nuova realtà è sempre una sfida, a nuovi costumi, a un tutto nuovo per un’altra volta. A partire dalla cucina, ricordo ancora quanto la pasta fosse poco consumata in Ungheria e quanto difficile sia stato trovare una scolapasta al supermercato!!!

Superati i primi ostacoli e conosciuta un pò la città arriva il favoloso mondo Erasmus. Si iniziano a conoscere i ragazzi che come me hanno deciso di spendere sei mesi della loro vita a Budapest. Hanno scelto di impattare la propria vita e quella degli altri, hanno scelto di dare una scossa alla propria esistenza e di vivere un semestre universitario fuori dagli schemi. Ho incontrato spagnoli, francesi, tedeschi, norvegesi, turchi, altri italiani, libici, cinesi e tante altre nazioni…ciascuno riempiendo la mia vita con un pizzico della propria cultura. Indimenticabili i flat party in cui si cucinavano i piatti tipici della propria nazione, o il nostro Italian Palace in cui ci si divertiva fino all’alba. Feste indimenticabili che il vicino ungherese si è trovato costretto a imparare qualche parola in italiano per riuscire a comunicare con noi e dirci di non far casino!

La sera eravamo tante piccole nazioni a spasso in riva al Danubio, diversi ma così tanto simili da sembrare amici di infanzia.

L’Erasmus che ci ha permesso di viaggiare in giro per l’Europa: Polonia, Serbia, Repubblica Ceca, Slovenia, fino al Belgio. L’epoca quando si saliva su un aereo senza la paura di un attentato, quando ancora l’Europa era un posto sicuro.

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Noi generazione Erasmus, che sappiamo cosa vuol dire svegliarsi la mattina con persone straniere e che ci svegliamo con l’odore di cipolla perché il caffè a colazione non è da tutti. Noi che parliamo principalmente l’inglese e mastichiamo qualche altra lingua e che sentiamo un po’ di nostalgia quando ritorniamo a parlare la nostra lingua madre.

Noi generazione Erasmus, che quando abbiamo saputo della Brexit abbiamo subito pensato a Londra depennata dalla meta Erasmus. Noi, che da quando siamo “ritornati” non abbiamo più smesso di viaggiare, che siamo sempre stati e lo siamo alla ricerca di nuovi bandi per partire un’altra volta, ancora una volta fuori dalla zona di comfort, fuori per restare dentro l’Europa, nel mondo. Noi che non riusciamo a chiuderci nella quotidianità di una città italiana ma siamo attratti dallo straniero. Noi che abbiamo creato storie amorose con ragazzi di diversa nazione e che anche se finita, quella persona continua a invitarci nella sua città. Noi che quando ci chiedono dove abbiamo vissuto facciamo una lista di nazioni. Noi che alziamo il bicchiere e sappiamo dire “salute” in diverse lingue.

Noi generazione Erasmus, che ora mettiamo in conto di poter essere coinvolti in un attentato mentre facciamo scalo a Parigi per gli Stati Uniti, ma che questa paura non ci ferma a risalire su un nuovo aereo, pronti per un’altra destinazione. Noi che abbiamo il passaporto stropicciato e contiamo i timbri stampati su ogni pagina.

Noi generazione Erasmus, che pensiamo all’Europa come un’unica nazione e che ci si spezza il cuore quando sentiamo che qualcuno vuole l’Italia fuori da essa. Noi che sappiamo quanto l’Europa è invidiata da chi vive oltre oceano.

Noi generazione Erasmus che vorremmo tramandare alle future generazioni gli stessi valori che abbiamo appreso da questa esperienza. Partite, partite, partite. Firmate le carte dell’Erasmus e non ascoltate chi vi dice che perderete tempo e resterete dietro con gli esami perché vi garantisco che non sarà così e se in qualche raro caso dovesse succedere, ne guadagnerete in vita.

Partite e rafforzate l’idea di un’Europa più unita. Partite per sconfiggere l’idea di chi ci vuole divisi. Partite perché sarà l’unica cosa che vi farà scoprire una persona diversa, migliore e con capacità che neanche immaginate di avere.

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Testo e foto di

Sara Ventura

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