Non è un caso che io stia bene con te

Diciannove settembre, i miei capelli bagnati e i vestiti casuali di “Ma si, tanto dopo allenamento torno a casa”. La sua Giulietta bianca nel viale della piscina, altri gusti di gelato, parlare di niente per paura di dire davvero qualcosa su quello che sta succedendo.

Lo guardo, cerco di mettermi negli occhi ogni dettaglio: la forma esatta del viso, il modo in cui tiene i capelli, l’angolazione della bocca quando sorride. Un fremito ogni volta che sorride e poi penso che non sarà sempre qui per me. I “cazzo è bello davvero” che ho paura anche a scrivere di averli pensati, ma la verità è che l’ho pensato tante volte quella notte.

Mi bacia, tanto, sa di caffè che ha preso da poco, ma è dolce. Come non sentivo più da tanto. Ogni singolo millimetro delle sue labbra mi riportano a cose che non sentivo da tempo. Mi bacia, ancora. Brividi, com’è che ci riesce a farmi vibrare ogni cellula? E non è neanche finita. Perché mi guarda in un modo che mi riesce difficile togliermi dalla testa. Occhi fissi. Come faccio a lasciarlo andare ora?

“Quante cose stanno passando in questa testa?” mi chiede. Eh. Io come faccio a dirlo. Non lo so, quante cose sto sentendo. Ogni centimetro di pelle mi sta dicendo qualcosa di diverso, pareri contrastanti. Il cervello che mi dice che non ce n’è bisogno. Il mio corpo urla che lo voglio. Il cuore si è sbloccato e fa a pugni col cervello perché vuole aver ragione, il cervello tenta disperatamente di tenerlo fermo, di non lasciarlo andare ad intrufolarsi in sentimenti che hanno fatto male per troppo tempo. E il mio corpo che si mette in mezzo a rispondere ai richiami di lui.

Lo abbraccio. Lui mi stringe. Mi sento in un puzzle ancora tutto da completare, ma di cui i due pezzi centrali sono combaciati non si sa come. I pezzi che mancano sono sparsi per terra, nelle storie non raccontate, nelle cose che non so di lui, nelle cose che non sa di me. Mi bacia sulla fronte, mi sciolgo, chiudo gli occhi e mi perdo nel suo profumo. Dolcezza infinita, sembra di ritrovare un coordinamento nelle bracciate dopo aver annaspato per ore.

Altri minuti che passano, veloci e lenti allo stesso tempo, sento il tempo dilatato e allo stesso tempo ristretto. Non parliamo, almeno non a parole. Col corpo ci diciamo tanto, forse troppo, considerato quanto poco tempo abbiamo passato assieme. “Ho dimenticato di togliere questa, di solito quando smonto la lascio in caserma”. Non so quanto crederci, non so quanto ci abbia effettivamente pensato. Lo conosco troppo poco, ma abbastanza da sapere che certe cose non le fai per caso, che ci pensi. La catenina di metallo spunta sul collo, so già cos’è, ma non l’avevo mai vista. La tira fuori dalla camicia: “In quattro anni non l’ho mai tolta. E’ sempre stata con me, non l’ho mai data a nessuno, sai?”. La sfila dal collo, lo guardo, non capisco al momento ma ci metto due secondi netti a capire, penso che non è possibile. E invece non solo è possibile, ma è anche di una semplicità disarmante; me la mette. Mi scende sul maglione, in mezzo al seno, vicino al cuore che salta un battito. “Ti sta bene. Forse sta meglio a te.” La prendo in mano, nella poca luce dei lampioni. “Sai cos’è, no?”. E come faccio a non saperlo. La guardo, leggo tutto: data di nascita, cognome, nome, gruppo sanguigno, cittadinanza, matricola, religione. La stringo. “Me la stai lasciando davvero?” chiedo, non ci voglio credere, lo voglio stringere più di ogni cosa, non lasciarlo andare mai, che me ne frega del cervello, di chi mi dice che è impossibile, del tempo, della distanza, non me ne frega più di niente.

“Si, te la lascio davvero, e non è un caso. Sto bene con te.”

E mi rendo conto che per quanto la ragione spinga a lasciarlo, il mio cuore ha già deciso. E chi sono io per fermare il mio cuore?

“Sai a cosa stavo pensando? Che in questo momento, non mi dispiacerebbe saperti mio.” Ed è vero. Il mio cuore si è sbloccato, a come farla funzionare penseremo domani; ora voglio solo sentirmi parte di un noi completo, avvolta nelle sue braccia, la testa sul suo petto, sfiorargli ogni centimetro di pelle, baciarlo piano, stamparmi in mente la pressione delle sue labbra sulle mie per ricordarmelo anche quando andrà via. Perché è di un bello che toglie il fiato e ogni suo sguardo è un entrarmi un po’ dentro. Perché per la prima volta dopo mesi e mesi di vuoto, mi sento a mio agio nonostante mi stia spogliando l’anima. Perché dopo mesi e mesi di sesso, non sento più il bisogno di spogliarmi per farmi amare, non vedo più il mio corpo come l’unica parte di me che può piacere a un uomo. Non vedo in lui il bisogno di entrarmi fisicamente dentro per avermi; già mi ha, perché sta toccando quella parte di anima che trema e risponde vibrando ad ogni sentimento. E mi sembra tutto perfetto nell’imperfezione di una vita che mi ha colto alla sprovvista.

Testo di

Giulia Invernizzi

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