Sofia si veste sempre di nero

“Abitare, abito, abitudine.
È tutta roba che ci mettiamo addosso, tutti i nostri strati protettivi.”

Quando Erica mi ha chiesto di scrivere per Quando Torni, ho accettato senza idee.
Poi, per qualche motivo, ho sentito la necessità di rivivere una serie di racconti che ho scoperto in Feltrinelli un pomeriggio di qualche anno fa.

E’ uno di quei libri che ho letto nel periodo giusto e mi sono rimasti dentro.
Sofia si veste sempre di nero” è raccontato da tutti e mai da Sofia.

L’ho letto quando la mia vita iniziava, per la prima volta, a tingersi di nero.
Rende bene: un’adolescenza giallo ocra, piena di entusiasmo e passione, che mano a mano sfocia nel catrame. Catrame. Uso questa parola perché indossa il suono e l’immagine che cerco. Sa di qualcosa in cui non riesci a camminare, con il colore del tuo umore e la profondità giusta per sentirsi affogare.

Annoto le prime idee per questo articolo in una giornata no. Lo sistemo altre dieci, venti, trenta volte in sporadiche serate con la rabbia dentro.

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Sofia è un personaggio che può farti molto bene e molto male, uno di quelli che vorrei interpretare a teatro.

Un muro con una porta chiusa a chiave.

Sofia è una bambina, ragazza, donna, che non ho capito e con la quale ho trovato diverse affinità. Una giovane spettinata a muso duro contro l’universo, incapace di fermarsi, con tante contraddizioni e una vecchia passione per i pirati.

Con un amore smisurato per la libertà, debolezze con cui non riesce a scendere a patti e un viso asimmetrico. E’ una che scappa: dall’amore, dall’amare e dall’essere voluta bene.
Molto spesso anche da sé stessa.

Sofia è un personaggio patologico.

La vita che vive è instabile, inquieta. Le sue fisse sono quelle di mille ragazze, le sue paure più comuni di quanto sembri. Questo la rende molto vicina, una sorta di avvertimento, e allo stesso tempo una rassicurazione “non sei l’unica, non sei sola“.

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Parto da lei per parlare di me.

Per raccontare cose di cui non scrivo mai, non su un blog almeno. Dei muri, della convinzione di non essere voluta, del non sentirsi mai abbastanza (abbastanza per chi? Abbastanza per cosa?), o della convinzione che volermi bene sia difficile.
Di quando credi che la prima a non saper voler bene sia proprio tu.
Della paura e dell’amore verso la libertà per cui quotidianamente combatti, dell’accettazione di quella parte fragile che hai odiato fino al punto di implodere.
Di quando queste righe, che pesano solo a scriverle, erano la mia normalità.
Lo sono state finché ho imparato a chiedere aiuto e a scoprire che posso anche ricevere.

Immersa fino al collo in una vasca per spegnere i pensieri e sentirmi protetta. Avendo paura e odiando la sensazione di percepirsi di vetro, tanti pezzi di vetro rotti che possono crollare con un solo movimento sbagliato. Costruisci un muro sopra l’altro per non permettere a nessuno di vedere le debolezze su cui puoi essere attaccata e non ti rendi conto che l’apnea è il miglior modo per autodistuggersi.

“C’è un unico modo sincero di piangere, ed è piangere da soli.”

Ciao, vieni a conoscere i miei mostri.
Hanno la forma della paura e il colore dell’ansia, somigliano all’idea dell’abbandono e alle manie di perfezionismo, credono che solo una persona forte e stabile possa essere amata e sono i primi autocritici di sé stessi.

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Sono profondamente grata alla vita di avermi fatto conoscere il dolore.
Quello che ti frena dall’alzarti al mattino perché non vedi uno scopo in quello che fai, una direzione. So cosa vuol dire non avere fiducia, ma nel profondo sentire un briciolo di speranza che ancora urla per uscire. Cercare la forza in qualcun altro e capire, dopo tante lotte, che è in te stessa che va trovata.

E quanto si respira meglio quando si sente la capacità di poter conquistare il mondo.
Ti cambia lo sguardo, l’energia che emani, il modo libero in cui riesci a ballare.
Ti passa anche la paura di guardare negli occhi chi hai davanti, perché hai sete di confronto, perché hai chiuso fuori il mondo per troppo tempo.

Ero in viaggio quest’estate quando, per la prima volta dopo tanto, ho riscoperto cosa vuol dire lasciarsi andare. Perdere il controllo, fregarsene del controllo.
L’ultima volta che mi ero sentita così libera e felice era stato di fronte ad un oceano.

Sto re-imparando ad essere autentica.
Ad entrare nelle mie paure e a sfidarmi di nuovo.
Ad essere aperta all’idea che si cambia. Avere il coraggio di stare sull’onda, nell‘onda, sentirsi.

Un giorno ti svegli con un fuso orario diverso, in una vita che non sembra nemmeno la tua, e ti rendi conto che una tavolozza ha tanti colori. E vuoi provarli tutti. Conoscere, scoprire, e farlo fino in fondo, senza mezze misure.
Essere sempre contenti è fare finta. Non accontentarsi di una gamma mediocre e limitata di stati d’animo significa sporcarsi le mani di ogni emozione, anche di quelle che ti fanno piangere di notte e svegliare col panico addosso.

Sofia si veste sempre di nero.
Immagina che il parco dietro casa sia una nave e attraversa appartamenti come fossero porti di mare.

E a questo punto mi chiedo quanto valga la felicità di una persona che si immerge fino al collo in quello che fa, piuttosto di chi si lascia scivolare addosso le proprie decisioni, per mantenere un benessere immacolato in cui, personalmente, trovo solo un lento morire.

Il mio equilibrio beve piogge d’Irlanda e balla scalzo sulle sabbie del Marocco
e, ragazzi, non potrei chiedere di meglio.

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Testo e foto di 

Erica Bertolacci

Potete leggere le sue parole qui

Potete sbirciare il suo instagram qui

In foto:

Nicole De Bernardi

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