Il costo della vita in Repubblica Dominicana

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Qualche giorno fa, il mio viaggio in Repubblica Dominicana mi ha portato a Barahona. Barahona è una cittadina dimenticata da Dio, che nessuna guida ti consiglia di visitare.

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Gli edifici cadono a pezzi e sulle facciate è possibile vedere scritte realizzate con pitture. La città è rumorosa e caotica. È una città sporca. Non ci sono turisti e la pelle bianca attira non poco l’attenzione. Una volta entrata all’ufficio di cambio, Caribe Exprés, per cambiare i dollari, mi rendo conto della triste verità, della realtà quotidiana in questo paese del “terzo mondo“.

Non sono permesse all’interno dell’edificio:

Armi visibili.

Non riesco a leggere oltre. Attendo il mio turno in fila, silenziosamente. Non riesco a scambiare neanche una parola di cortesia. Guardo la mia compagna di viaggio e ci scambiamo uno sguardo di comprensione. Anche il suo sguardo cade sullo stesso cartello all’interno del negozio. Mi guardo attorno, mi guardo anche un po’ dentro, e mi rendo conto che se a Milano la mia preoccupazione più grande era riuscire a fare serata tre giorni a settimana, qui c’è chi lotta con la vita per la vita.

Proseguiamo il nostro viaggio. Non c’è tempo di fermarsi. Non appena ci si allontana dalla città, il nulla. Le strade sono state realizzate malamente solo per collegare la città ai vari alberghi sulla costa. Ai lati delle strade, profilerano piccoli conglomerati di case di legno con i muri dipinti in colori brillanti. Peccato che la maggior parte delle volte il colore sia scrostato. La vita si vive fuori di casa, nella calle, o meglio nella strada. Qualche sedia e dei tavoli costruiti alla meglio con dei rami provenienti dagli alberi che non vengono mai a mancare nella regione più verde della Repubblica Dominicana. Ci si improvvisa venditori di empanadas, di frutta e tant’altro. Una bambina di otto anni mi guarda con gli occhi spalancati mentre compro due empanadas. 15 pesos. 25 centesimi per mangiare. Il costo della vita.

Ci si improvvisa qualcosa per non morire a causa di qualcos’altro.

C’è una sola strada di cemento che collega Barahona a Pedernales, la città situata nella frontiera con Haiti, nel punto più ad ovest del paese. Su questa strada si vedono solo moto, guidate esclusivamente da uomini che gridano complimenti ad ogni donna per strada, e guaguas, ovvero ciò che è conosciuto come trasporto pubblico.

Sulle guaguas vorrei aprire una parentesi. Partirò da una breve descrizione fisica. Avete presente i mezzi di trasporto classici? Bus, tram e via dicendo? Dimenticate tutto. Cancellate qualsiasi idea possiate avere riguardo all’idea convenzionale di trasporto pubblico.

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Le guaguas sono dei minivan, quelli dei tour che ospitano circa nove persone, guidatore compreso. Svuotate il minivan di ogni sedile e inserite una ventina di sedili che possono essere piegati e riposti ai lati. Metteteci poi una ventina di persone, più altre che stanno in piedi nella parte posteriore del van (vedi foto sopra). Ecco, una corsa costa circa 50 pesos (1 euro) e può coprire distanze fino a 300 chilometri. All’hotel ci hanno consigliato di prendere la guaguas per raggiungere la città di Barahona. A posteriori, non consiglio di farlo a viaggiatori in solitaria che non parlino bene lo spagnolo. E con bene, intendo veramente bene. Non “hola, qué tal?“. L’esperienza sulla guagua mi ha inizialmente messo alla prova. Mi sono sentita schiacciata e fuori luogo. Mi sono guardata intorno senza incrociare lo sguardo di nessuno. In questi giorni avere la pelle bianca mi ha fatto sentire incredibilmente a disagio. Mi sono sentita vulnerabile, più vulnerabile. Ho notato, sulla maggior parte dei mezzi pubblici, scritte del tipo

“No le digas a Dios que tu problema es grande. Dile a tu problema que Dios es grande.”
“Non dire a Dio quanto è grande il tuo problema. Digli al tuo problema che Dio è grande.”

Sul parabrezza ho notato il foro di un proiettile. Mi si è gelato il sangue. La vita costa questo. Ecco il costo della vita in Repubblica Dominicana. Mi sono sentita piccola e la mia vita ha assunto una nuova prospettiva in quel preciso istante.

Serve andare lontano per guardare la nostra vita da un’altra prospettiva perché a stare nello stesso posto tutta la vita, si rischia di perdersi una manciata di vita che, per quanto dolorosa e spaventosa, ci aiuta a riconsiderarci all’interno del mondo e non solo all’interno del nostro paesino da 10’000 abitanti. Senza viaggiare, si rischia di avere la convinzione che sia tutto lì, tra il bar in piazza e la vita che facevamo al liceo. Serve partire – e, fatemelo dire, partire lontano – per inserirsi in un nuovo sistema di valori. Mi sono scoperta diversa ad ogni viaggio e adesso so che non sono solo quello.

Non sono solo la studentessa di giurisprudenza a Milano, o la ragazza della porta accanto a Sedriano, e nemmeno la manager delle risorse umane a Berlino.

Erica Isotta Surace

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Ma la vera domanda è: 

Quando esce il mio prossimo libro?

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