In Egitto nonostante la paura

No, non ho da sempre sognato di andare in Egitto. No, non é stato sempre facile. No, non ero consapevole di cosa avrei affrontato.

Sì, lo rifarei. Da capo, alla stessa maniera. Almeno un altro milione di volte.

Mancavano un paio di mesi all’estate, quando pensai a cosa avrei fatto quell’anno. Non sono solita alle “classiche” vacanze, così preferisco investire quelle settimane di pausa tra un anno accademico e l’altro in avventure più o meno sensate. Quell’anno decisi che volevo fare qualcosa di diverso, di stimolante e che mi permettesse di crescere sia a livello personale che professionale. Mi ero laureata da poco e lavoravo in un negozio in attesa di capire cosa fare della mia vita e iniziare la laurea magistrale. Così un giorno quando dissi al mio capo: “Mi prendo due mesi di aspettativa, parto per l’Egitto!”, lui -che ormai mi conosceva un po’- non si stupii più di tanto e mi disse “Fai bene!”. Avevo deciso di intraprendere un’esperienza di volontariato di due mesi al Cairo. Le premesse non erano le migliori: la Primavera Araba che aveva scosso la nazione l’anno precedente aveva lasciato un clima di instabilità e timori, il sito della Farnesina sconsigliava di recarsi in Egitto ed io avevo solo una vaga idea di dove stessi andando e cosa dovessi fare.

Potrei mentire dicendo che prima di partire mi fossi preparata a dovere e che avessi un’ampia conoscenza della cultura araba o potrei fingere affermando di non aver mai affrontato ostacoli, ma la realtà fu ben diversa. A parte le informazioni basiche necessarie per preparare diligentemente una valigia e sopravvivere i primi giorni, sapevo ben poco.

Quello che mi stupii é che l’Egitto sapeva ben più di me di quanto io sapessi di lui.

Appena atterrata, la prima sensazione che mi pervase fu di confusione. L’aeroporto era gremito di gente, non capivo la lingua e non sapevo di chi potermi fidare. La prima settimana fu altalenante: all’emozione di essere in un posto sconosciuto con gente nuova, si contrapponevano i dubbi per quella scelta ed i problemi pratici. La seconda sensazione che avvertii fu di impotenza. Io sono una persona molto pragmatica ed indipendente. Il fatto di non riuscire a fare tutto da sola mi innervosiva. Azioni banali come prendere un autobus o comprare una bottiglia d’acqua richiedevano un enorme sforzo che ti prosciugava le energie mentali e ti sbatteva in faccia il pressappochismo col quale la gente affrontava la vita. Oltre all’ostacolo linguistico, io lì ero la “diversa”. Venivo notata, squadrata e a volte infastidita. Tuttavia io stessa mi lasciavo trascinare da quella logica, mi permettevo di valutare il “diverso” in base alla mia cultura, ai miei canoni ed alla mia esperienza personale. Ho così capito che per essere accettata, dovevo essere la prima ad accettare. Ho allentato la morsa, mi sono lasciata cambiare. La terza sensazione che mi attraversò fu di condivisione. Dovevo adattarmi ai ritmi egiziani, rispettarli ed aprimi. Ho capito che dovevo imparare a fidarmi degli altri, anche se ciò comportava dei rischi. Far vedere il 100% di me stessa non fu facile per me che sono sempre sulla difensiva e pronta ad attaccare. Ma fui più che ripagata.

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Ho avuto modo di avvicinarmi alla cultura egiziana, apprezzarne i pregi e riconoscerne i difetti. ma soprattutto capirla davvero e profondamente. Il popolo egiziano è molto caloroso, premuroso e generoso. Se ti trovi in difficoltà, fanno di tutto per aiutarti pur non conoscendoti. Ho stretto legami veri e sinceri sia con altri volontari che con gente del posto. Ho messo il mio cuore su un piatto con la paura che venisse sbranato o gettato. Invece venne accarezzato, coccolato, rattoppato. È diventato più forte e grande grazie ad una nuova linfa che gli scorreva dentro ed a tutti i pezzetti di cuore altrui che vi si erano aggiunti. Ho imparato ad attraversare la strada in un città senza strisce pedonali e pochi semafori. Mi sono scottata le spalle dopo un pomeriggio passato cavalcando un cammello tra le piramidi di Giza. In sbigottito silenzio sono arrivata in cima al Monte Sinai o ho passaggiato tra i corridoi della biblioteca di Alessandria. Mi sono abituata ai black-out continui di energia, ai gelati sciolti e alla doccia fredda. Ho parlato di donne, corano e religione di fronte alla moschea di Al-Azhar. Ho ascolto i sogni dei miei coetanei che non avevano mai avuto la possibilità di viaggiare ed erano curiosi di sapere cosa ci fosse là fuori. Ho trascorso una notte nel deserto del Sahara a contare le stelle ed ascoltare racconti di vita. Ho fatto il bagno nel Nilo, incurante dei coccodrilli (non è vero, era una zona balneabile e pertanto sicura! :P). Mi sono lasciata affascinare dalle meraviglie nascoste nel Mar Rosso o dalla vastità della Valle dei Re.

Ho vissuto tutto al massimo, come probabilmente non avevo mai fatto in vita mia.

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Mi sono soprattutto lasciata pervadere da ogni sensazione e quella che si è distinta tra le altre è stata la gratitudine. L’Egitto è una magica contraddizione. Nonostante gli innumerevoli disagi e differenze, nonostante il chiasso e la sporcizia, nonostante le limitazioni e i divieti, una volta che ti entra dentro non ti lascia più. Si insinua dentro di te con esplosiva lentezza e ti travolge col suo infernale meccanismo dal quale alla fine non riesci a staccarti. In Egitto ho imparato ad amare di nuovo.

Testo e foto di

Estela

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