Raccontarmi ascoltando gli altri

A volte riesci a sentire il peso e l’importanza di un’esperienza solo quando quell’esperienza sta finendo. Io, almeno, sono così.

Ho chiuso le valigie per gli Stati Uniti d’America, direzione California, a vent’anni non ancora compiuti. Lo promisi a me stessa quando ero piccola, avevo cinque anni o giù di lì. Passavo tra le dita le fotografie di San Francisco scattate da papà durante i suoi viaggi là e mi ripetevo: “Ci andrò, ci andrò da sola”. Mi ricordo nitidamente il cielo grigiastro su Lombard Street, l’autorevolezza del Golden Gate, quei colori così decisi, così americani.

Diciamo che quelle due valigie chiuse sono state la promessa onorata con la me di quindici anni prima.

Ho tenuto traccia del mio viaggio scrivendo ogni giorno su un quaderno. Mi rannicchiavo sul letto e scrivevo, sapevo quanto mi sarebbe servito, molto tempo dopo, riprendere in mano quelle parole.

E’ tutto iniziato dal momento in cui, stropicciandomi gli occhi, mi sono voltata verso il finestrino dell’aereo in fase d’atterraggio: la collina dorata dal sole, quasi bruciata e quella scritta bianca. San Francisco. Sì, era tutto vero.

La California mi ha stupita con i suoi spazi immensi. Con il suo cielo azzurro, che verso le diciotto a Frisco si carica di nebbia e si incupisce. La California mi è sembrata esattamente ciò che ero io: una ventenne.

La California se ne frega e ti sbatte in faccia un sole così forte che pensi di non averlo mai conosciuto davvero, e poi il freddo al mattino quando cerchi una tazza di caffè tirando nei pugni le maniche della felpa. L’inverno più freddo che ho vissuto è stata un’estate a San Francisco.

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Mi ha insegnato l’importanza e la bellezza di conoscere le storie degli altri.

Di chi studia medicina in Giappone e di chi si è trasferito negli Stati Uniti per inseguire il proprio sogno. Di chi ti racconta le sue superstizioni e di chi fa fatica a sopportare la sofferenza di vedere persone che arrivano e se ne vanno.

Mi ha insegnato la bellezza della colazione in famiglia, e che un abbraccio e un muffin li meritiamo tutti, non importa quanto sia stata brutta la notte di sogni che abbiamo affrontato.

Mi ha messa davanti a un cielo rosa e mi ha fatta sentire infinitamente piccola.

Mi ha bloccata in uno store con tutto a 99 centesimi ricordandomi che sono libera di essere e volere ciò che voglio.

Libera come il suo cielo, libera come tutto ciò che mi ha regalato senza chiedere niente in cambio se non la mia attenzione.

Ascoltando la risacca dell’Oceano in un posto che sembra il paradiso ma è stato l’inferno per chi in tempi difficili voleva emigrare in California, ho parlato e chiesto dell’undici settembre. Ho letto la paura, la ferita mai davvero rimarginata nell’anima americana. Sono entrata in una chiesetta in cui vengono ospitate le funzioni di religioni diverse: ognuna ha un orario e può portare i propri simboli da appendere alle pareti. Tutto coesiste, sotto lo sguardo di una bandiera a stelle e strisce.

Ho imparato a raccontare la mia vita ascoltando quella degli altri.

Ho percepito che tutti siamo liberi di voler realizzare i nostri sogni, anche se questo significa aprire uno studio da chiromante in mezzo ad un campo su una strada di passaggio (l’ho visto davvero).

Ho vissuto il mio battesimo nell’acqua ghiacciata dell’Oceano Pacifico – una ragazza che ho incontrato mi ha detto che purifica l’anima, e io ci credo.

Mi sono persa per le strade di Chinatown e ho mangiato in un ristorante cinese in mezzo a sole famiglie cinesi, accompagnata da una signora che ci ha presi per mano e portati lì. A San Francisco, non in un paesino di poche anime. Come se ci conoscesse da sempre.

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Ho parlato della mia musica, della mia band preferita, con il proprietario di un negozio al Pier 39. Ho sorriso alle ragazze bionde lanciate in autostrada sulla loro auto cabrio con la targa del Nevada.

Mi sono lasciata investire dalla vita, mi sono tenuta stretta i momenti in cui mi sono sentita una sconosciuta lontana dal mondo e quelli in cui ero unica e speciale.

Tre anni fa al gate G98 dell’aeroporto di San Francisco con una felpa grigia mi metto a piangere senza un motivo apparente.

Il motivo sono quei trenta giorni che mi hanno cambiata per sempre. Una ragazza mi si avvicina, vuole una foto. Mi asciugo le guance e gliela faccio. Un ragazzo indiano a qualche metro da me mi guarda imbarazzato e sorride. Non sa cosa fare, e io continuo a piangere, felice di farlo. Inizia la serie di uomini che incontrerò sui mezzi pubblici che non sanno cosa fare quando io mi metto a piangere. Stringono un fazzoletto tra le mani, si guardano intorno, si mordono il labbro. Sorrido loro, a ringraziarli perché so che qualcosa vorrebbero farlo davvero.

Ma questa prima volta, piango dalla gioia e dalla malinconia, il groppo alla gola è nato quando ho percorso l’ultimo metro sul Golden Gate.

Mi volto indietro un’ultima volta. Questa è casa, è parte di me.

E io tornerò molto presto a lasciarmi abbracciare dalla nebbia delle sei, come se fosse l’abbraccio più amorevole e comprensivo che io abbia mai ricevuto.

Testo e foto di

Valentina.

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