Colpo di fulmine ad Amsterdam

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Arrivo in pieno centro e penso che come al solito il mio tempismo mi ha imbrogliata, questa volta si è fatto dare una mano anche dall’offerta che ho scovato mentre cercavo di prenotare il volo e l’hotel per questo weekend.

Mi bastano una felpa e un paio di jeans per non aver freddo mentre passeggio frastornata e curiosa, investita ogni cento metri dall’odore forte che emanano i coffee shop.
Il cielo si addensa in un momento e allora sembra di essere finiti nei televisori di cinquant’anni fa, in un mondo in bianco e nero che aveva qualcosa di più.

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Credo si tratti della curiosità, quella che ti assale— o almeno, quella che assale me, nel cercare di indovinare di che colori siano i vestiti di quei primi conduttori e vallette.

Mi fermo con un sorriso sbilenco a guardare quelle strane case pendenti, con le fondamenta che marciscono col passare del tempo; un po’ mi sento come loro: se mi si guarda bene ci somigliamo. Io pure ho solo una fossetta, sulla guancia sinistra e ho spostato tutto il peso sul piede destro perché a forza di camminare mi fanno male i piedi.
Vorrei facesse più freddo per avvolgermi in un caldo cappotto rosso con una sciarpa  di lana pesante in cui nascondermi fino al naso.

Sarebbe come essere immersi in un film di Tim Burton ma con meno mostriciattoli grotteschi.

Io e Alessandra, la mia compagna di viaggio, amica fidata da anni, continuiamo a camminare senza sosta, ci perdiamo fra i canali tra una foto ricordo e un tentativo maldestro di non farci investire da biciclette che fendono l’aria ad una velocità che mi sembra supersonica.
I canali sono pieni d’acqua e degli sguardi di chi, rapito dalla città, non può fare a meno di fermarsi a contemplarli e invidiare un po’ chi abita in quelle case galleggianti, lunghe e strette in cui non puoi affacciarti al meno una volta.

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Sì, va bene che forse è maleducato ma le cose belle sono fatte per essere ammirate, no?

Credo di non aver mai camminato così tanto come in questi tre giorni ad Amsterdam: non volevamo perderci neppure un vicolo e così abbiamo macinato chilometri e chilometri. Ogni tanto ci fermavamo a fare il pieno di greggio con una tazza di caffè.

Quella giornata passata a storcere il naso di fronte alle “opere” di arte contemporanea allo Stedelijk dopo aver ammirato i dipinti Rembrandt e Vermeer al Rijksmuseum appena prima di rimanere incantata da una delle copie de I Girasoli al museo di Van Gogh è stata coronata da una crociera lungo i canali che aveva il sapore di un vino frizzante e ghiacciato.

E non so dire se mi abbia meravigliata di più quella pizza mangiata in un ristorante italiano— era incredibilmente buona! o la coppia di portoghesi, nostri vicini durante la crociera che, ad almeno 60 anni compiuti, si divertivano ancora, e forse di più, di tutte le coppie di ventenni presenti.

Senza essermene accorta, da qualche parte, ho pagato il pedaggio per tornare a casa: la tariffa ammontava a un pezzo del mio cuore.
Eppure me l’ avevano detto che mi sarei innamorata ma io sorridevo e fra me e me mi ripetevo che tanto io sono tipo da città solari e caotiche come Roma o Barcellona. Mi sbagliavo.

Però se non sbaglio è proprio così che nascono i grandi amori, quando meno te lo aspetti.

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Testo e foto di

Francesca Bernaschi

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