Se l’America chiama, io rispondo

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Non ricordo quando ho scoperto l’esistenza l’America.

Avrò avuto nove anni, forse dieci; forse ero a lezione di geografia, e me ne parlava la mia maestra descrivendo i continenti. Forse invece me ne parlava mia mamma che ci era già stata: mi raccontava di questo posto immenso, sterminato, di queste città fatte di palazzi alti e di milioni di abitanti.

Non mi ricordo quando l’ho scoperta, l’America, ma dalla prima volta in cui ne ho sentito parlare mi ha attratta come ora mi attrae un uomo bellissimo, ma impossibile. Crescevo e con me cresceva la mia curiosità per lei. Cercavo chi ne parlasse, facevo domande. La sera guardavo i film girati a New York, a Chicago, a Los Angeles. Mentre l’attrazione cresceva, mi promettevo che ci sarei andata, che l’avrei vissuta, che l’avrei scoperta da me. Mi dicevo: quando sarò più grande, ci andrò. Era una promessa a me stessa. E lei continuava a chiamarmi, con la sua voce dolce e decisa.

Così, compiuti i sedici anni, ho preso coraggio e ho detto a mia madre:

“Mamma, vorrei fare la quarta superiore in America.”

Avete presente quando dicono che ci sono momenti che ti cambiano la vita? La mia è cambiata in quel momento.

Ho deciso di rispondere alla voce dell’America, di andarmene per un anno, di lasciare il mio paese, i miei genitori, la mia casa e i miei fratelli quando avevo sedici anni.

E più si avvicinava il momento della partenza, più l’America mi chiamava.

Il giorno che sono partita avevo diciassette anni, sette mesi e ventidue giorni. Sono salita su quell’aereo che aspettavo da una vita sapendo solo il cognome di quella che sarebbe stata la mia host family, e il nome della cittadina che mi avrebbe ospitato: Berryville, in Virginia. Sono partita con una frase che avevo letto in un libro comprato per caso in un mercato di seconda mano:

“L’America sparpagliata e lontana dalle sue coste è solo spazio e ancora spazio, ti mette fame e non ti sazia.”

Non sapevo quanto fosse vero allora.

Non sapevo cosa volesse dire vivere in una little country town nel mezzo del nulla in quel territorio immenso degli Stati Uniti. Non sapevo cosa si sentisse a farsi dare un passaggio nel retro del pickup nero del tuo amico; non immaginavo nemmeno che potesse esistere il concetto di “bonfire night”, serata falò, io che vengo da Milano dove le serate sono quelle delle discoteche, dove la musica la fa il dj, non lo stereo dei trucks dei tuoi amici con la stazione country sparata a palla perché tanto “It’s America, Giulia, we’re not annoying anyone”.

Non potevo sapere cosa si prova ad entrare in una casa che non hai mai visto e sentirsi dire “Benvenuta a casa, questa è camera tua, se vuoi puoi chiamarci mamma e papà.”

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Oggi lo so, e posso ammetterlo: l’America non mi ha ancora saziata e continua a mettermi fame. E da quando sono tornata, ha continuato a chiamarmi. Mi ha chiamata la Virginia, e sono tornata. Mi ha chiamata la Florida, e sono tornata. Mi ha chiamato il Mississippi; sono tornata anche quella volta. Mi ha chiamato l’Illinois, addirittura Chicago. E sono tornata. Sono tornata talmente tante volte che ormai le persone non mi chiedono più “Quando torni in America?”; mi chiedono “Quando torni a casa?”. Perché si sa: casa è ovunque sia il tuo cuore. La gente lì mi aspetta.

E l’America, ormai, per me è casa.

Testo e foto di

Giulia Invernizzi

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