Ogni partenza coincide con un arrivo?

Sono di nuovo qui. Nella sala che mi ha visto in partenza un mese fa. Questa sala che prova ad essere accogliente con le sue poltrone in pelle, luccicanti scrivanie in vetro e il wifi e le bibite e il cibo. Resta comunque anonima, colpa dei suoi colori troppo neutri, l’aria condizionata troppo fredda e la transitorietà delle persone che la popolano.

Sono di nuovo qui e come direbbe qualcuno il viaggio perfetto è circolare.

Ma è davvero circolare?

Sono al punto di partenza ma no, in realtà non ci sono davvero.

In mezzo a questo cerchio c’è un numero sconfinato di chilometri e ci sono 43200 minuti che mi strappano quei sorrisi sinceri che vengono dal cuore.

Ci sono altipiani accidentati, vulcani pronti ad esplodere, cascate e arcobaleni, paesaggi lunari, aspre scogliere su cui arriva la spuma dell’oceano come fosse neve. Ci sono infinite distese di lava, dove le leggende narrano abitino gli elfi, sorgenti termali, colline dorate e color ruggine, piscine naturali calde e lattiginose, geyser e i ghiacciai più imponenti le cui lingue di ghiaccio richiamano l’attenzione dalla strada.

La strada, la ring road, appunto. Un grande cerchio di cui non si capisce quale sia l’inizio e quale sia la fine.

In mezzo ci sono io e c’è la consapevolezza di quanto nessun luogo sia realmente casa e quanto ciascun luogo in verità lo sia.

Forse il viaggio è solo in apparenza circolare, perché andata e ritorno non coincidono mai.

Anche questa volta sono partita col buio e atterrata con la luce, ma non è più mezzanotte, sono le sette di mattina. E se al mio atterraggio a Keflavìk. l’Islanda mi ha accolta col crepuscolo di un sole appena nascostosi sotto l’oceano, al momento della partenza mi ha salutata con un’aurora argentea che si snodava in cielo.

Non so se sarò mai in grado di rendere al mondo tutta la gratitudine che ho provato durante questi trenta giorni.

C’è qualcosa di magico quando si instaura una propria routine da qualche altra parte nel mondo, quando la giornata inizia in un’altra lingua, quando più che visitare un luogo inizi a viverlo.

I paesaggi più spettacolari si sono mostrati ai miei occhi ed io non ho potuto far altro che lasciarmi assorbire da tutta la meraviglia attorno a me ed essere felice.

Felice di essere qui, ora.

Va a finire che mi innamoro sempre. Ogni viaggio è sacro, ogni esperienza lascia qualcosa di indelebile. Ma allo stesso tempo ogni volta è diverso: emozioni nuove, potenti, che ti fanno perdere e poi ti fanno ritrovare, e non sei più la persona che eri prima di lasciarti attraversare da quella valanga di novità. Per quanto possa metterlo in conto non sarai mai preparata abbastanza e andrà a finire che ne vorrai sempre di più, ancora e ancora, per vedere fin dove si può arrivare.

Forse è proprio questo che amo del viaggio, il permetterti di rinnovarti costantemente e imprevedibilmente.

Viaggiare ti insegna tante cose sul mondo ma te ne insegna molte di più su di te. Ti mostra i tuoi limiti, i tuoi desideri, le tue paure, sviluppa la tua indipendenza, la tua apertura verso gli altri e verso tutto ciò che è nuovo e inusuale.

Viaggiare ti spinge a trovare un nuovo senso di te, ovunque tu sia.

Ti mostra come tutte le preoccupazioni che ci attanagliano in realtà svaniscono non appena cerchiamo di inquadrarle da un’altra prospettiva. Viaggiare ti libera e ti rigenera. Ti mostra ciò per cui vale la pena vivere.

In fin dei conti, forse avevano ragione.

“Il viaggio perfetto è circolare. La gioia della partenza, la gioia del ritorno.”

Torno a Roma e sono felice.

Ignara della mia prossima destinazione ma sicura di una cosa: i miei sogni mi porteranno ovunque.

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Testo e foto di

Veronica Stopponi

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