Il motivo per cui New York ti uccide

Valigia fatta, bagaglio a mano portato e taccuino fedele sempre con me.

Sono pronto, forse no, avrò dimenticato sicuramente qualcosa, certamente la tensione mi ingannerà… no, sono pronto, eccomi, sto arrivando, sono in partenza.

Per tutta la mia adolescenza mi ero detto: “prima o poi andrò a New York ma sarà una cosa tranquilla, tanto è sempre lì, non è una priorità”, poi per uno strano caso mi ci sono “costretto” da una forte curiosità di conoscenza, per opportunità colte al volo, perché forse era il momento giusto, adesso!

Sono da solo in questo viaggio e come da manuale il mio posto in aereo è uno centrale, uno di quelli odiosi che nessuno vuole, quello lontano dai finestrini dove romanticamente contempli il panorama sottostante e vedi la città che diventa sempre più piccola. Poco male, mi concentrerò su altro. Volo tranquillo, scalo ad Istanbul di poche ore e poi finalmente la grande mela.

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Questo è la seconda volta che vado a New York, non ne hai mai abbastanza, l’ultima volta ci sono rimasto per due mesi, questa volta saranno tre.

Non è la prima volta che faccio un viaggio intercontinentale, l’ultimo fu Shanghai due anni prima. L’Europa l’ho vista quasi tutta, forse mi mancano ancora alcuni paesi dell’est e i paesi scandinavi.

Dieci ore di volo e sono arrivato.

Durante il viaggio è stato un continuo assillo l’esperienza dell’ultima volta, ma sapevo che non sarebbe stata la stessa cosa.

Arrivo all’aeroporto JFK di pomeriggio (ora locale), pronto con la mia valigia, la mia mente ed il cuore per New York.

Ho una stanza a Brooklyn al confine tra il quartiere di Bushwick e Bed-Stuy. La prima è una zona pienissima di artisti, graffiti ovunque e in piena fase di gentrification, la seconda è il quartiere di Notorius Big e Jay-Z. Per scelta ho deciso di non vivere in casa con altri italiani, i miei coinquilini sono tutti americani, non avrebbe senso per me provare l’”American spirit” se solo avessi trascorso il mio tempo con i miei connazionali, inoltre l’espansione culturale è appunto conoscere realtà e culture diverse dalla propria.

La prima sensazione appena arrivato è stata proprio quella di sentirsi, appunto, a casa. Sarà perché era la seconda volta, la stessa casa, lo stesso quartiere, ma non saprei definire meglio la sensazione se non quella di casa.

Saluto tutti e torno a Manhattan: mi era mancata moltissimo. La cosa che più ti sorprende di quella città è che non riesci a starle dietro, ero mancato per poco più di cinque mesi e già avevano completato la Freedom Tower (il nuovo grattacielo dove che ha preso il posto delle torri gemelle), dei lavori si erano conclusi e ne erano cominciati altri.

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La prima cosa che mi viene da dire su Manhattan è che è una città che ti mangia, ti fa sentire veramente piccolo, è una città che devi prendere di petto, non con prepotenza ma aprirti a lei, accettarla e mai e poi mai, vi prego, vi scongiuro, vi supplico, fare paragoni con qualche città italiana o con le nostre realtà, non esiste un paragone, è tutta un’altra storia.

La cosa più assurda di quella giungla urbana è che ognuno può trovare la propria dimensione, anche il più insano riuscirebbe a sopravvivervi e a costruire una sua confort zone. Io ad esempio ho trovato la mia dimensione a Governators Island, un’isola a pochi minuti (cinque, veramente cinque) di battello da Battery Park (dove partono i battelli per Liberty Island dove c’è la statua della libertà, per intenderci), piccolissima oasi, dove non ci sono auto, grattacieli e solo in lontananza senti i rumori della città.

Una volta una mia amica mi chiese di accompagnarla a Newark, nel New Jersey, ad una festa di compleanno di un suo parente. Andando a quella festa lei, teneramente, mi preparava a ciò che avrei assistito, quasi al peggio. “Ci saranno molti ispanici” mi diceva, “molti afroamericani” continuava, “forse sarai l’unico bianco” ripeteva, la mia risposta fu solo :

“Who cares?”

Questo è quello che ogni viaggiatore deve, secondo me, imparare a fare: aprire la mente. Viaggiare non è un modo per confrontare la propria realtà e ridicolizzare quella degli altri, non è una gara a chi ha la cucina migliore, a chi vive meglio, a come lavorano, a chi ha le tradizioni più belle, d’altronde New York è un melting pot di popoli, culture e gente da ogni parte del mondo, sarebbe ridicolo. Accettare il nuovo, vederlo, osservarlo e crescere, prendere tutto quello che c’è e portarlo dentro come se fosse un souvenir e ogni giorno perdere un po’ di se per ritrovarsi tra la fifth avenue o alla 125esima ad Harlem, oppure a Chelsea, forse anche a Greenwich Village o nel Bronx, nel Queens. 

Avrò sicuramente lasciato qualcosa di mio a Williamsburg, a DUMBO, nelle facce che ho incontrato, nelle mani che ho stretto. Forse ho lasciato il cuore al MoMA, l’anima al MET (Metropolitan museum), ogni ragione al Withney. Ho lasciato parti di me ovunque e poi le riprendevo tornandoci.

Un’altra volta ero sul tetto di un locale a Chelsea, una festa in piscina, se vogliamo pool party perché fa più figo, la musica era sconnessa, non c’era un tipo, si passava da un genere ad un altro senza ragione, ma a chi importava? A nessuno, tutti erano lì per divertirsi e godersi una bella serata. Un divertimento puro, senza capricci, senza pretese, ci si conosce, balliamo tutti insieme.

A New York senti quello che gli americani hanno e conoscono molto bene: il senso di comunità. Questo tipo di sensazione la trovi, in maniera molto amplificata, tra i diversi quartieri, come se fosse un piccolo paese e tutti si conoscono. Avverti il senso di appartenenza in un luogo, nonostante tutti siano di origini ed etnie diverse.

New York accetta tutti, ama tutti, non rifiuta nessuno.

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Sarò stato due volte a Times Square, è un posto che non fa per me, figo andarci, ma l’anima di New York è altrove. Non l’ho mai catturata e quando credevo di averla intesa mi ha sempre sorpreso in modi e maniere diverse da ogni aspettativa. Questo è il mio dolore più grande. Non ne hai mai abbastanza.

Quando viaggi da solo hai il tempo di stare veramente con te stesso e “sentirti”, ascoltare quello che vuoi veramente fare. New York insegna a non arrendersi e che il sogno americano esiste, lo senti nell’aria, che non tutto è perduto, che la cultura e l’arte salverà il mondo. A tutto c’è rimedio, se vuoi essere qualcosa o qualcuno puoi riuscirci, se ti ascolti, se ti vuoi bene, se vuoi bene al mondo il mondo te ne vorrà di riflesso.

Questa è la lezione più importante che ho imparato: “be grateful”.

Ecco perché New York mi sta uccidendo, giorno dopo giorno.

Testo e foto di

Tommy Grieco

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