Viaggiare non è per tutti

Viaggiare non è per tutti.

Non è il classico weekend low-cost Ryanair per cui arrivi a Parigi, scatti una foto davanti alla Tour Eiffel, visiti gli Champs-Élysées e ritorni a casa con qualche selfie in più e dicendo “bonjour” e “merci”.

Il turismo ai nostri tempi è un po’ come andare a bersi un espresso al bar.

Ma vivere in un posto diverso da quello in cui sei sempre stato è un’altra cosa. È quello che fa davvero la differenza.

Una volta lessi che viaggiare è soprattutto una perdita. Quando viaggi devi essere disposto a perdere il tuo bar preferito, i tuoi paesaggi, i tuoi amici, la tua lingua.

Per questo penso che viaggiare non sia per tutti.

È una scelta di vita che molti non faranno mai, limitandosi a guardarti sorpreso e dirti che sei coraggioso. Io non credo di essere coraggiosa, anzi. Incosciente, impulsiva, testarda, ma non credo che ci sia del coraggio nel prendere un aereo e lasciarti tutto alle spalle.

Quello che ti serve per fare questa scelta di vita è una grande motivazione. E io ce l’avevo. Per me la motivazione primaria è stata scappare nel più codardo dei modi da una realtà in cui non mi riconoscevo e in cui non mi sono mai sentita accettata.

Catanzaro per molti significa mare, Sila, cibo a volontà, brasilena, peperoncini, giardini di San Leonardo, vento, passeggiate a Lido, ponte Morandi.

Per me significa soprattutto sofferenza.

Ci ho provato e riprovato negli anni a ripercorrere quelle strade senza che riemergano vecchi fantasmi. Il bullismo, le amicizie sbagliate, i desideri rimossi o bloccati sul nascere. Per me Catanzaro è un’enorme e pesante valigia che porto con me in ogni mio viaggio, cercando di essere abbastanza distratta da perderne pezzi e poter finalmente alleggerirmi le spalle e camminare a testa alta.

Ho cercato di liberarmene durante l’università a Cosenza, l’Erasmus in Spagna e riprovandoci ancora a Disneyland in Francia, nella neve canadese e nella pioggia inglese, nella rossa Bologna, senza mai riuscire ad accettare quegli anni che hanno scavato così a fondo dentro di me da restare impressi come un tatuaggio dai contorni sbiaditi.

Ho cercato, ci provo ancora, la gente ogni tanto mi chiede quando mi fermerò. Io non lo so quando e se mi fermerò. So che ogni tanto caparbiamente ritorno qui, a Catanzaro, e mi perdo fra le sue strade e i miei ricordi.

Forse il segreto è proprio accettare quella valigia, decidere che in fondo viaggiare un po’ più pesanti non sia un così grande compromesso. Forse aveva ragione Cesare Pavese; un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via.

Testo di

Vulcania

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