Prossima tappa: Cina

Sono già passati cinque anni.

Sembra passata un’eternità. Da cinque anni il 17 agosto è il mio secondo compleanno. Cinque anni fa cambiavo la mia vita, lasciavo tutto, mamma, papà, fratelli, amici, certezze.

Il mio cambiamento, il mio viaggio, è iniziato in un albergo romano, di quelli grandi e freddi, pieni di sale convegni e quell’odore di disinfettante che ricordo ancora.

Arrivai dopo pranzo e trovai nell’hall un tavolino pieno di cartellini gialli e una ragazza che con un sorriso immenso guardava me e Paolo, segnò su un foglio il nostro arrivo e ci diede due cartellini “Chiara Terrasi, anno in Cina” “Paolo Terrasi, anno in Argentina”. Ci disse di iniziare con il portare i bagagli in “sala peso” che dopo poco ci sarebbe stata la “cerimonia di saluto“.

Zaino in spalla, trolley in una mano e una grossa valigia nell’altra obbedii come un bravo soldato, con Paolo, Mamma, Papà ed Ennio a seguire.

Il momento del “peso bagaglio” è stato tremendo.

Una tragedia vera e propria. Quella sala era piena di bagagli aperti, persone urlanti e volontari di Intercultura disperati che cercavano, invano, di calmare i mal capitati, quelli che avevano troppi kg in valigia. Io ero una di questi, una valigia di ventotto chili e un bagaglio a mano in più del previsto. Nemmeno il tempo e avevo già iniziato a frignare per l’ansia da “E adesso, che cavolo tolgo? Di cosa posso fare a meno per un anno?”.

Come se il frignare non fosse abbastanza, una volta aperta la valigia diventai rossa come un pomodoro, le prime cose che saltarono fuori, a mo di molla, furono un paio di tampax. E a sedici anni i tampax sono un po’ un tabù.

Alla fine, per far fuori otto chili sono partita con tre paia di scarpe in tutto, quelle che avevo ai piedi, un paio di ballerine (antisesso, lo so) e un paio di ciabatte. Poi addio dizionario di cinese e al bagaglio in più e il gioco era fatto. Ma il tutto durò non meno di un’ora, il che significò arrivare a cerimonia appena iniziata.

La cerimonia di saluto è stata indescrivibile. Un turbinio di emozioni. La consapevolezza del “dieci mesi senza mamma e papà” che fa a pugni con la frenesia, la voglia di partire a tutti i costi. In quel momento ti passano davanti tutti i sacrifici, tutte le scelte, tutto ciò che hai dovuto fare per arrivare fin là.

Inizi anche a capire cosa significa essere grati, perché è proprio in quel momento che ho capito di esser grata ai miei genitori, grata perché avevano messo da parte il loro egoismo, le loro paure, pur di permetterci di spiccare il volo.

Lacrime e abbracci, un semplice “Ciao mamma, ciao papà” e un altro “Ciao Ennio” e sono uscita da quella sala congressi senza voltarmi indietro. Qualche ora dopo ho salutato Paolo, io partivo in piena notte, lui al mattino seguente. Ha bussato alla porta della mia camera di albergo poco prima che io lasciassi l’albergo, si è chinato ad abbracciarmi e con un “Ciao, fai la brava“, è andato via, lasciandomi lì con un groppo in gola.

Quando cresci con un fratello gemello è difficile andare dall’altra parte del globo. Maglietta gialla, la mia valigia e un altro zaino in spalla. Con un giorno di viaggio davanti a me e una nuova vita ad attendermi. Destinazione intermedia Pechino, passando per Vienna. Destinazione finale Zhaoqing, Guangdong.

Era tutto soltanto all’inizio, l’anno più bello della mia vita, il più significativo, il più inspiegabile, era appena iniziato.

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Testo e foto di

Chiara Terrasi Borghesan

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