Lisbona con gli occhi di Ajla

Trasferirmi a Lisbona è stata la scelta più causale della mia vita.

Ho sempre fantasticato su mille destinazioni, ma mai avevo preso in considerazione quella strisciolina di terra che fa da appendice alla Spagna. Eppure, una notte in cui ho mandato una montagna di application, ho trovato un’interessante offerta di lavoro proprio lì. Proprio lì dove la disoccupazione risulta essere tra le più alte d’Europa: il caso.

La prima cosa che ho fatto, lo ammetto, è stata andare su Google Immagini: “Ah però, quanti colori vivaci che hanno queste case! E poi… è sull’oceano!” (solo poi, con un po’ di delusione, venni a sapere che in realtà Lisbona dà “soltanto” su un fiume, il Tejo). Fatta: curriculum mandato.

Così, nel giro di poche settimane, mi sono ritrovata catapultata in un posto di cui non sapevo assolutamente niente. Sapevo un po’ di spagnolo: da brava illusa e ingenua, tentavo di applicarlo, ma ben presto mi sono resa conto che questa mia conoscenza era pressoché inutile. Poveri portoghesi, chiunque si sentirebbe offeso ad essere sempre assimilato ai vicini; come se i turisti che venissero in Italia si aspettassero di poter comunicare in francese.

Così il primo trauma fu la lingua. Sono sempre stata abituata ad avere almeno un po’ di confidenza con la lingua locale, eppure il portoghese mi spiazzava. Non riuscivo a distinguere nulla più di un costante mormorio pieno di sh: etichettai così la lingua a un misto tra arabo ed ungherese.

Non mi piaceva.

Non mi piaceva neanche la città inizialmente. Non era ciò che mi aspettavo da una capitale, europea soprattutto. Il centro storico è in via di grande trasformazione, infatti: tanti dei palazzi sono abbandonati da tempo e devono essere ristrutturati, ma ciò non avviene in una notte. Gran parti di quelli che un tempo erano i bei palazzi caratteristici, con la facciata ricoperta di piastrelle quadrate, i famosi azulejos, oggi sono sbiaditi e un po’ sgretolanti. Non ci sono grattacieli: il punto più alto è il centro commerciale Amoreiras, fatto di tre torri quadrate di specchi. Non c’è neanche sfarzo. Anzi, soprattutto nella stagione turistica, la città pullula di persone che chiedono l’elemosina; la linea verde della metro ha spesso dei ciechi che passano tra i pendolari chiedendo qualche moneta con una litania straziante.

Lisbona si è presentata così ai miei occhi. Come un quadro di Picasso, spigolosa.

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Avevo mille domande in testa riguardo una cultura e un Paese rimasti defilati dal veloce processo di globalizzazione.

L’unica punta di dolcezza che percepivo in questa città era quella dei dolci che accompagnano il caffè amaro della mattina: dalle famosissime pasteis, cestini di pasta sfoglia ripieni di crema, ai palmieres, un tipo di sfogliatine super zuccherate. Non capivo perché al tavolino da due dove mi sedevo con il mio caffè ci si potesse accomodare senza dirmi niente una tenera signora con il suo caffè. In Italia non si fa. Siamo un po’ come gli inglesi: teniamo uno spazio di sicurezza intorno a noi. Come sui mezzi pubblici: raramente ci sediamo accanto a uno sconosciuto, al più stiamo in piedi.

A Lisbona, invece, non è così.

I signori alla cassa hanno sempre una buona parola da scambiare con un sorriso. Nessuno corre per la pausa pranzo: prendersi mezz’ora è inconcepibile, e anche in febbraio si può gustare un pesce alla griglia seduti fuori dal ristorante. Scaldati dal sole. Questo stesso sole che, fedele, accompagna anche parte dell’inverno e che illumina il centro storico decadente, le sue numerose chiese, la pavimentazione lucida, bianca e scivolosa, e, soprattutto, il Tejo.

Forse in pochi sanno, ma Lisbona sorge su sette colli come Roma. Ciò trasforma la città in montagne russe con terrazze panoramiche spettacolari. Da ognuna di queste si può vedere il Tejo. Di giorno è blu brillante e piatto; la sera, invece, è un manto dello stesso colore scuro del cielo su cui poggiano le luci dei paesini della sponda opposta. Se avete modo di passare per Lisbona, andate lungo il fiume, vivetelo. Il Tejo scorre lungo un lato di Praça do Comerçio, la piazza più famosa e grande della città. A pochi passi da lì, c’è una scalinata dove ci si può stendere ed ammirare le stelle ascoltando il battere dell’acqua sulla riva. E i più perseveranti possono persino vedere vedere una stella cometa.

Direi che Lisbona è slow. Ora adoro tutto di lei, dalla lingua alla quiete che la ricopre.

Lisbona è come la ragazza acqua e sapone della porta accanto, ti conquista con il tempo. Non ti sembra speciale finché non la conosci nelle sue abitudini locali, solo così la impari ad amare. Salite ripide che nulla invidiano a San Francisco, tantomeno il suo famoso Golden Gate, poiché Lisbona ha il suo doppelganger. I tetti rossi che nulla hanno da invidiare alla nota skyline di Dubrovnik. I ristoranti portoghesi piccoli e angusti con le tovaglie di carta. I loro gestori anziani deliziosi e ospitali. Le palme e gli alberi di jacaranda che danno quel tocco magico nei parchi e nei viali. I tramonti con musica live dai miradouri. Le limonate con foglie di menta di giorno e le birre di sera.

Lisbona è calda, accogliente.

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È questo che origina la saudade: è sapere che questo tepore da un momento all’altro scomparirà e che rimarrà solo un sorriso al suo ricordo.

Per questo se mi dite “Lisbona” io non posso che rispondere con un sorriso.

Testo e foto di

Ajla Vasiljević

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