Tornare a casa con Vik

Sono sempre stata esagerata, io. E anche un po’ infantile. Di quell’infantilità prepotente, quella che ti fa sbattere i piedi per terra e urlare a squarciagola: “Io qui non ci voglio stare!”. Quella che ti fa piangere sul letto, con le lenzuola sporche di mascara e coi pugni serrati dalla frustrazione. La personificazione del dramma, una vera tragedia greca: della serie che tutto il mondo si deve fermare e sentire quanto sto male.

Mi senti, mondo? Io qua non ci voglio stare. Non un secondo di più.

Questa scenata non dura molto, mi dico di smetterla di fare i capricci, che non sono una bambina. Quindi mi calmo, respiro, e penso che però non è un capriccio, ma è proprio vero che io non ci voglio stare qui. Non è un capriccio perché quello che sento non è un leggero pizzicore che mi fa venire voglia di fare un weekend a Parigi, ma una vera e propria spinta da dentro che fa leva nelle mie viscere e mi spinge a partire, ad andare, a vedere, a conoscere.

Più sto qui e più ogni respiro mi sembra un’impresa.

Salire su un aereo è come tornare a galla dopo una vita in apnea. Ed è su quell’aereo che incontro me stessa e mi scopro essere esattamente la persona che volevo essere. Lì, senza legami, senza nessuno, mi sento completa.

Mi sono sempre chiesta se definirmi una viaggiatrice. Se, metaforicamente, ero tutta uno “zaino in spalla e via!”, ma non ho mai pensato di farmi un viaggio alla “Into the wild” da sola, in cui chi sa dove saresti andata e dove finita; quelli da notti sulla spiaggia e autostop.

Il mio partire è sempre stato, per me, crearmi casa.

Arrivavo in un posto nuovo da sola e lì cominciava una quotidianità: formavo il mio cerchio di amici, andavo a fare la spesa, camminavo per le strade perdendomi ogni giorno sempre meno. Facevo l’abbonamento della metro e sceglievo il mio coffee shop di fiducia.

Non sono mai stata così felice come quei mesi in cui, dall’altra parte del mondo, incontravo me stessa.

Ho sempre cercato di dare una definizione al concetto di “casa”.

Per me casa è stata Italia, ma anche mamma e papà; casa è il tintinnio del sonaglio appeso sopra la porta d’ingresso, ma è anche Esselunga di Cernusco Lombardone; è le case dei miei nonni, ma anche Paros; è la casa delle mie migliori amiche, ma anche scuola o il Duomo di Milano.

Viaggiando, però, ho imparato che questi sono i luoghi della mia vita, ma non sono casa.

Il mio cuore è già a casa, da qualche parte del mondo.

Viaggiare mi ha insegnato a riconoscerlo, quando lo incontro. Allora, solo allora, sono a casa.

Vivere per me significa cercare il mio cuore, che mi sta solo aspettando; perché oh, mi è andata così: un giorno se ne è andato e io proprio non me la sono sentita di mettergli il guinzaglio.

Lo avrei raggiunto presto in ogni caso: a cosa servono gli aerei, se no?

Testo di

Vittoria Alaska Calderara

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