Scoprendo Düsseldorf con Marco

Ho sempre viaggiato per il gusto di visitare posti nuovi, godermi la compagnia degli amici di sempre o di amici nuovi, di far prendere aria alla mia parte avventuriera.

Questa volta No.

Ho capito che ci sono viaggi che intraprendi per il bisogno mistico di ritrovare quella parte di te che negli anni ha scavato una fossa nella tua anima e ci si è nascosta, sperando di scampare alle mille guerre interiori che hai combattuto nella speranza di resistere, ancora per un po’, prima che il flusso degli eventi ti cambi del tutto.

Un giorno di novembre, in pieno hangover, al seguito della mia coinquilina, ho prenotato un volo e sono partito. Valigie di fianco al letto, sveglia alle 4.30, occhiaie ancora vive. “Sono pronto”, pensai aprendo gli occhi quel meraviglioso 4 novembre.

Il sole accennava a stropicciarsi i raggi, le stelle si addormentavano; il mio corpo iniziava a rispondere agli stimoli e la mia coinquilina già correva per tutta la casa alla ricerca delle ultime cose da buttare in valigia e di quel briciolo di dignità che aveva resistito alle notti brave post esame.

Sorrisi.

Uscimmo di casa in religioso silenzio. Arrivammo in aeroporto: check-in, controlli di sicurezza, imbarco. Solito iter. Poi, le nuvole. Mi chiesi da cosa stessi scappando e quanto lontano dovessi andare per trovare tranquillità. In quel periodo, rivivevo ogni giorno la fine della mia storia: mi chiedevo cosa avessi sbagliato, cosa avrei potuto fare, cosa la vita e l’amore si aspettavano da me. Arrivammo all’aeroporto di Weeze, a metà strada tra Dusseldorf e Amsterdam. Prima il pullman per la stazione, poi il treno preso di corsa e infine eccoli: i paesaggi della Germania dell’Est. Un vecchio tedesco di ritorno al paese di origine ci raccontò la storia della regione, di quei campi zeppi di rape rosse, di quegli alberi maestosi pieni di vita. Ci parlò della sua corsa verso se stesso, del suo matrimonio finito, della bella Firenze che ora lo ospita e della piccola casa diroccata in cui viveva. Oggi era un giardiniere, domani chi lo sa. Ci salutammo alla stazione di Düsseldorf Hauptbahnhof e andammo alla ricerca dell’hotel. La piccola e graziosa cittadina ricordava Milano: un piccolo naviglio al centro e negozi di alta moda ai lati, grattacieli immensi e installazioni d’arte ad ogni angolo della città. Dopo un’ora alla ricerca dell’hotel, riuscimmo a stenderci e ci addormentammo. Ritrovate le forze, siamo corsi fuori a cena in un delizioso ristorante al centro della città. Un’enorme Schnitzler, birra e una passeggiata lungo il Reno.

Il freddo mi ha riportato alla realtà: avevo bisogno di me.

Dovevo ritrovarmi.

Il secondo giorno, senza neanche accorgercene, iniziammo a creare nuovi riti: colazione fuori, pranzo leggero, cena di sfondamento. “In fondo tutti abbiamo bisogno di riti per sentirci vivi”, pensai. Ci fanno sentire sereni, calmi, sicuri. In quel preciso momento della mia vita avevo bisogno di spezzare le catene dell’abitudine, cercare nuove strade sulle cartine o forse buttare le cartine che avevo in tasca in quell’affluente del Reno e scoprire che l’unica strada che dovevo seguire di giorno era quella disegnata dal riflesso del sole nei miei occhi e di notte la strada indicatami dalle stelle, quelle più belle, quello che adesso piacevano solo a me, non più “a noi”. Penso che capire quale sia la stella che più ti piace senza decidere con la diplomazia che caratterizza le coppie di piccioncini sia la cosa più difficile. Quel giorno però ero fortunato: la mia dolce metà, dai capelli rosso fuoco e che solitamente abitava ad un corridoio di distanza da me, era l’altra metà del letto di diplomazia e mi spingeva a cercare strade che ad entrambi andassero bene.

Quel giorno era immersa nei suoi pensieri e nei programmi che aveva fatto, sommersa dalle informazioni che aveva letto e presa dalla foga iniziò a raccontarmele. Mi parlò di architettura, di palazzi ricurvi, di installazioni artistiche abbandonate e omini che si arrampicano sulle pareti. Mi parlò della tradizione di bere birra alle 4 del pomeriggio con i colleghi e del suo essere politiccally incorrect nella vita.

La mia parte preferita della giornata divenne quella della camminata pomeridiana lungo il fiume, dove i pensieri scorrevano, le parole e i sorrisi correvano e più parlavo, più mi liberavo, più mi sentivo leggero e più mi mancava. Già. Penso che nella vita funzioni così: quando stai maturando la consapevolezza di una fine, inizia a mancarti quella diplomazia, quel letto diviso in due, le invasioni dei tuoi spazi personali, il buongiorno al mattino e quel profumo di caffè che sarà sempre diverso dagli altri perché di quel profumo faceva parte anche il profumo di voi. In quelle mattine, benché il caffè avesse profumo di amicizia, sentivo la mancanza del nostro profumo. Ammetto che mi capitò spesso di sorprendermi per strada a ricercarlo.

Penso che per questo motivo, inconsciamente, amavo passeggiare sulle sponde del Reno: non aveva la presunzione di profumare di Noi.

In giornata ci raggiunse un amico e il tutto acquistò un altro sapore.

Passeggiammo e canticchiammo per tutta Düsseldorf, mangiammo delle barrette al cioccolato e smarties comprate da Aldi e ridemmo. Ridemmo tantissimo. Mi sentii felice ed era una sensazione bellissima.

La vacanza trascorse tra alcol, lunghe passeggiate, ruote panoramiche e paesaggi splendidi visti dalla torre della televisione.

Penso che Düsseldorf sia stato il mio breaking point.

Testo di

Marco Borrelli

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