La mia Berlino

La mia Berlino sa della puzza di sudore sui mezzi pubblici nel tratto metropolitano tra Hermannplatz e Kottbusser Tor. Ha gli occhi persi di qualcuno che ha preso qualche pasticca di troppo a Warschauer Straße. Le sue mani sono rovinate e le sue unghie quasi inesistenti. Dice di non avere ansie per il futuro, ma sono queste sue stesse mani a tradirla.

La mia Berlino si racconta da sola.

Da sola in mezzo alla folla. Da sola in mezzo a fiumi di persone che vengono a visitarla e restano delusi di fronte alla banalità di Alexanderplatz. Berlino va cercata, non si mostra a tutti. La trovi nei bar meno frequentati a Neukölln e tra le offerte dei kebabbari a Moabit. Il suo nome echeggia nei libri di scuola e mai in quelli di vita. È una spirale infernale dove si arriva per trovarcisi e all’improvviso non ci si riconosce più nemmeno allo specchio. Berlino con le sue droghe sintetiche, economiche e accessibili. Quelle che ti rovinano da dentro, ma tanto basta rinchiudersi in un ristorante vegano qualunque, vestirsi di nero e dimenticarsi dei problemi.

Berlino che ti toglie la vita proprio quando senti che finalmente hai trovato il tuo posto nel mondo.

Berlino che ti mette di fronte alla verità. Sei solo. Sei solo mentre torni alle sei del mattino dalla festa. Sei solo di notte nei tuoi venti metri quadrati di appartamento. Sei solo in aeroporto ogni volta che atterri. E se ti ripetono per tutta una vita che nasci solo e muori solo, Berlino mi ha insegnato che lo sei anche nel mentre.

È innamorarsi con il più catastrofico degli scenari.

Sono le tue mani che scivolano sulla mia pelle e la vodka che ci toglie i vestiti. Sono i segni che lasci sulla mia pelle, le mie labbra gonfie. Il sesso che diventa amore e l’amore che non avrei mai creduto potesse essere solo sesso. Le tue labbra che sfiorano ogni centimetro della mia pelle e il mio respiro che si fa sempre più irregolare. Irregolare come la nostra vita, le nostre abitudini, le nostre notti e i nostri cinque pasti al giorno. Che diventano tre. Che a volte saltiamo. Quando avremo dei bambini, ce ne andremo.

Con la paura che non saremo mai veramente capaci di abbandonare questa città e i suoi ritmi frenetici.

Le domeniche a Mauer Park e quelle al Berghain. I venerdì sera a parlare con sconosciuti, a condividerci la vita anche se solo per una notte. La porta di Brandeburgo che abbiamo visto solo quella volta che abbiamo visitato Berlino da turisti, tanti anni fa. Vuoi passare la domenica con me. “Ti porto a fare colazione”. I piani degli atri mi sono sempre stati stretti, allora faccio la ribelle e mi presento un’ora prima di fronte alla tua porta con due brioches e la mia voglia di litigare. Per poi avere ragione, per poi fare l’amore. Non tornerò mai più indietro. Rimarrò sulla tua porta con il mio sorriso spaventato e la colazione per due. I bambini che non avremo mai si rincorreranno a Gorlitzer park tra gli spacciatori, tra i preservativi usati.

Tu che mi dici che sono la prima cosa sensata che ti è capitata in questa città, nella discoteca dove ci siamo conosciuti. Dove ci saremmo potuti non incontrare quel sabato sera. Con te che mi dici che questa non è la città giusta per innamorarsi.

Ti metto il broncio perché ho sempre pensato che servisse a cambiare le cose. E poi non è mai cambiato niente.

Le tue mani scivolano di nuovo sulla mia pelle.

La birra ci spoglia di ogni vergogna.

Siamo soli.

Siamo soli a Berlino.

Erica Isotta

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Quando esce il mio prossimo libro?

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