Sono passati anni e ci pensi ancora

Quando ero al liceo, ricordo esattamente come si svolgeva il processo del lasciarsi: lui mi lasciava, io cominciavo a piangere senza aver la minima intenzione di smettere; il giorno dopo andavo a scuola in tuta e senza trucco e ripetevo la storia ad ogni singola amica; scrivevo sui quaderni le frasi di canzoni e una volta tornata a casa, mi rifiutavo di mangiare e di uscire; per concludere, mi mettevo a letto e rileggevo i messaggi salvati, addormentandomi in lacrime.

Alzino la mano tutti/e quelli/e che conoscono questo modus operandi.

Ecco, sarò banale, ma era tutto più facile. Era più facile perché ci permettevamo di soffrire, perché lasciavamo cadere i muri. Non ci raccontavamo nessuna balla. Scrivevamo su Facebook che stavamo una merda e dopo qualche mese stavamo bene. Per davvero.

Invece, adesso i ruoli si sono invertiti: ci si lascia e si finge di star bene. Il mondo ci vuole dinamici, resistenti ai cambiamenti. Ci vendono libri su “come superare una rottura”, “dieci step per dimenticarlo”. Ci insegnano a fare decluttering, a buttare via tutto. Ci spingono ad uscire, a scaricare Tinder e a cercare di rimpiazzare qualcuno per metterlo da parte. E più prendiamo parte a questo strano girotondo dove quando casca il mondo non ci si butta giù per terra, più stiamo deglutendo qualcosa che va sputato, tirato fuori, esiliato dal nostro sistema.

Quindi, corriamo. Stiamo correndo. Verso cosa non è ben chiaro, ma non importa. L’importante è essere veloci e sfuggenti. Non bisogna permettere al dolore di stagnare, di bloccarci come se fossimo vittima di sabbie mobili. Poi, un bel giorno ti svegli e stai piangendo.

Mi sono svegliata piangendo perché sono passati due anni ormai e ci penso ancora. Alle giornate veloci nel traffico di Londra. Al sedersi accanto in metropolitana e sfiorarsi. Al cucinare per due, al pensare per due. Al nostro addormentarsi incastrati. Insieme. Penso alla nostra vita insieme, tanto semplice quanto speciale. Non ho mai smesso, ma ho fatto finta di niente. Ho corso così tanto che, quando mi sono fermata per riprendere fiato, il dolore mi ha fagocitato.

Sono passati anni e ci penso ancora perché quando era il momento non mi sono permessa di guarire. Perché più una persona ci scava dentro, più ci rende apparentemente impassibili al dolore. In realtà, quando qualcuno se ne va, dopo aver lasciato un segno del genere, non sappiamo da dove cominciare a gestire il dolore. Allora facciamo finta di niente.

Ma in questa vita i conti si pagano tutti. 

quarantanni

Erica Isotta

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