Appesi al filo di un casino stupendo

“Sei tutto.”

Ricordo quelle due parole, le sue parole, tanto agognate per mesi. Ricordo la spontaneità con cui me le ha dette in quella notte d’estate e come io non sia riuscita a dire niente. L’ho solo stretto, tutta la notte. Non ho risposto, non ho ringraziato. Si ringrazia per queste cose? Non riuscivo a guardarlo, solo a stringerlo. Io ero il suo tutto. Ero io. Ero la ragione per cui tutto il suo mondo funzionava e scorreva. Me lo aveva anche detto il giorno in cui ero ripartita per la Spagna, “sei tu a far scorrere il mio tempo”. Era possibile amare qualcuno così profondamente? Appartenersi a questo grado? Un grado in cui non era possibile distinguere l’uno dall’altro.

Oggi mi sono svegliata e ho realizzato che nessuno potrebbe più essere il mio tutto. Non è concepibile. Faccio fatica io a bastarmi da sola: la mia vita è costellata di impegni, viaggi, promesse e persone. Non riesco a essere io abbastanza per tutto questo, come potrebbe qualcun altro?

Sarebbe inverosimile, inaccettabile. Eppure è successo. Eppure ci siamo stati, ci siamo stretti, ci siamo persi. Ti sei spaventato. Essere tutto non è da tutti. Appartenersi fino a quel punto è ben più complicato.

Erica Isotta

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